Proteggere il portafoglio con il franco svizzero. Perché pensarci adesso, che vinca la Le Pen o che tutto resti com’è

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di Redazione 23 Marzo 2017 | 07:35

tratto da “Franco svizzero protezione dagli scenari più avversi”, a cura del team di Research, Sales & Trading di JCI Capital

Dopo il primo confronto televisivo tra i cinque candidati alla presidenza della repubblica francese, il clima sui mercati obbligazionari europei ne ha positivamente risentito. Da una decina di giorni infatti sembra aver perso smalto l’ascesa nei sondaggi da parte di Marine Le Pen, ritenuta, in caso di vittoria, una concreta minaccia alla continuazione dell’Eurozona così come oggi la conosciamo. Le curve dei rendimenti dunque hanno arrestato la propria corsa al rialzo e paiono essersi stabilizzate sui valori precedentemente raggiunti.
Eppure, così come abbiamo già avuto modo di sottolineare più volte in passato, ricorrere a strumenti che possano almeno parzialmente proteggere il proprio portafoglio da uno scenario particolarmente negativo, appare consigliabile, soprattutto alla luce dell’imprevedibilità degli eventi che hanno caratterizzato il 2016 (Brexit e l’elezione di Trump sopra tutti). Non ci riferiamo qui in particolare a una protezione ad hoc dal rialzo dei tassi, di cui abbiamo ampiamente parlato nei mesi scorsi, ma all’acquisto di asset che potrebbero attrarre a sé grandi flussi in entrata, quantunque accadesse in Europa uno scenario inatteso e nebuloso in merito alla tenuta dell’Eurozona.
Tra gli strumenti che abbiamo valutato una particolare attenzione merita a nostro avviso il CHF (franco svizzero, ndr), che da sempre riveste un ruolo di bene rifugio e che a partire dal 2008, ovvero dall’esplosione della crisi finanziaria mondiale, ha sperimentato un costante flusso di acquisti, solo parzialmente temperato dall’azione della sua banca centrale (SNB), anche attraverso la fissazione di un cambio di 1.20 contro Euro, definitivamente abbandonato nel gennaio 2015. Come si può vedere nel grafico, abbiamo riportato il cambio CHFEUR ovvero quanti euro occorrono per acquistare un franco svizzero (linea azzurra), attualmente pari a 0,93, e l’ammontare totale delle riserve in valuta detenute dalla SNB (linea nera), pari a 668 milioni di franchi svizzeri a fine febbraio.

Da quando il controllo del cambio è stato formalmente abbandonato le riserve sono cresciute di oltre il 30%. È vero dunque che il cambio negli ultimi anni si è stabilizzato nell’area 1,05/1,10 ma la banca centrale svizzera continua a vendere la propria valuta incamerando divisa straniera.

Sempre in riferimento al grafico, è lecito dedurre che, se la domanda di franchi non fosse stata contrastata attivamente dalla SNB nel corso degli ultimi anni, a quest’ora il cambio della divisa elvetica sarebbe probabilmente su ben altri livelli. Se dunque in passato le turbolenze sul futuro della moneta unica, vedi ad esempio gli anni 2010 e 2011 caratterizzati dalla crisi greca e dal rialzo poderoso dei rendimenti dei paesi periferici, hanno visto costanti flussi in acquisto di franchi, è ragionevole dedurre che questo possa ripetersi in caso di scenari avversi.
L’acquisto di valuta elvetica a nostro avviso, in particolare su livelli mediani del range degli ultimi anni, ovvero in area 1,08/1,09 può costituire una protezione generica sui portafogli di investimento. In caso di scenario avverso infatti la domanda potrebbe forzare il franco a spingersi sotto i minimi in area 1,05 e riprendere il trend di apprezzamento contro euro con spazi di discesa anche ampi.
Per contro riteniamo invece che l’eventuale rasserenamento non porterebbe il cambio su livelli superiori a quell’area 1,10/1,11 che costituisce la parte alta del range di oscillazione. In conclusione dunque ci appare che il rischio tra uno scenario benigno e uno avverso non sia simmetrico per il franco svizzero che ha ragionevolmente molto più spazio di apprezzamento in caso nefasto, di quanto ne abbia con scenari più positivi.

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