Cosa succederà ai bond governativi emergenti?

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di Redazione 20 Novembre 2017 | 17:34

Contenuto tratto da www.bluerating.com

È un momento particolare per i mercati emergenti e per i risk asset in generale. Le ultime settimane sono state caratterizzate da una forte volatilità delle valute emergenti, soprattutto per quei paesi con maggior incertezza politica, spiega una nota di AcomeA. A pesare sono inoltre le aspettative rialziste della Fed e l’aumento dei tassi in USA (il rendimento dei titoli a 2 anni è ai massimi degli ultimi nove anni). Questo clima di sfiducia si è riversato nelle performance dei titoli governativi in valuta locale. Analizziamo più nel dettaglio la questione di Turchia, Messico e Sud Africa.

Nell’ultimo anno, la Banca centrale turca, a fronte delle continue pressioni del presidente Erdogan, non ha mostrato proattività nel contrastare l’andamento dell’inflazione ed ha preferito un atteggiamento accomodante (limitandosi a gestire il costo della liquidità fornita alle banche in modo tattico). In generale, non sembra che ci siano le condizioni per un forte, anche se temporaneo, aumento del tasso ufficiale che possa interrompere il circolo vizioso tra politica poco restrittiva, debolezza della valuta e inflazione. L’economia turca continua a crescere a buon ritmo, posizionandosi alle spalle di Cina e India tra i paesi del G-20. Il principale nemico da combattere rimane l’inflazione che ha raggiunto a ottobre il livello più alto (11,9%) da oltre 13 anni. Lo spazio di manovra per la crescita dei tassi si fa via via sempre più stretto e la fase di debolezza della lira non contribuisce all’abbassamento del livello generale dei prezzi. Inoltre, l’espansione fiscale desiderata dal Presidente, volta ad aumentare ulteriormente la crescita, pone ulteriori interrogativi a causa della dipendenza dai flussi di capitale esteri. Nell’ultimo mese la lira turca si è svalutata di circa il 6% nei confronti dell’euro, scambiando oggi in orbita 4.50-4.60. In questo quadro, si inserisce l’escalation diplomatica esplosa tra Ankara e Washington sulla questione del blocco dei visti per gli Stati Uniti. Le tensioni si sono riflesse nella crescita dei rendimenti dei titoli governativi in valuta locale. Guardando alla curva della Turchia, i rendimenti a 1 anno sono saliti al 13,35% rispetto al 9,1% di un anno fa. Ed è proprio sulla parte breve della curva che si registrano gli incrementi più marcati.

La nostra view sulla Turchia rimane costruttiva alla luce degli elevati rendimenti assoluti, che nel tempo sono in grado di compensare la forte volatilità della valuta. Preferiamo comunque posizionarci sulla parte lunga della curva dei rendimenti, che dovrebbe risentire meno di eventuali rialzi dei tassi di riferimento. Tali rialzi, se adottati, potrebbero anche contribuire a far rivalutare la lira

Il rand sudafricano nell’ultimo mese ha perso circa il 7% nei confronti dell’euro, poco meno del 14% in un anno. È il ritratto dell’instabile situazione politica ed economica che sta vivendo il Sudafrica. L’appuntamento politico più rilevante è fissato al prossimo mese quando si deciderà la leadership dell’ANC (African National Congress), il partito che guida il paese dal 1994 e che fa capo al presidente Zuma. Le attese di espansione del deficit in previsione del prossimo turno elettorale contribuiscono a rendere il mercato scettico su questo paese. Inoltre, la possibilità di un downgrade creditizio nei prossimi mesi rende nervosi molti operatori. Anche il debito sudafricano in rand ha incassato il colpo, con rendimenti in salita su tutte le scadenze della curva. Rispetto a un mese fa i rendimenti a 2 e 3 anni sono cresciuti di oltre il 10%. Ad un anno, invece, soffre di più la parte lunga della curva.

La nostra opinione sul Sud Africa è che, con il diradarsi dell’incertezza sull’esito elettorale e l’effettiva decisione delle agenzie di rating di abbassare il merito creditizio del paese, i flussi più speculativi dovrebbero scemare, mentre eventuali sorprese sul lato fiscale potrebbe dare slancio ai titoli di questo paese, che sono già scesi notevolmente.

Il 2017 è stato un anno particolarmente volatile per il peso messicano. Nella prima parte dell’anno, la valuta messicana si era apprezzata di circa l’8% nei confronti dell’euro. Da luglio in poi, il vantaggio si è totalmente annullato. Oggi il peso scambia tra 22.400-22.800. L’incertezza sul rinnovo del trattato di libero scambio (Nafta) tra Messico e Stati Uniti è stato uno dei fattori determinanti del recente indebolimento del peso. La Banca centrale messicana continua a mantenere un approccio prudente, lasciando i tassi di interesse ai massimi dal 2009. Al pari della Turchia, il principale obiettivo del Banxico è combattere l’inflazione che ha raggiunto il 6,35% su base annua, ancora distante dal target del 3%. Resta inoltre aperta la questione delle prossime elezioni (la prossima estate), che potrebbe vedere la vittoria di un partito meno favorevole al consolidamento fiscale. Rispetto a un anno fa, i rendimenti dei bond in peso si sono mossi al rialzo su tutte le scadenza, in particolare sulla parte breve.

Per quanto riguarda il Messico, la credibilità della Banca centrale da un lato e gli elevati livelli dei rendimenti dall’altro rendono interessante l’investimento. Inoltre, riteniamo che una volta definita la questione della rinegoziazione degli accordi Nafta, la volatilità del peso dovrebbe rientrare ponendo le basi per un progressivo ciclo di tagli dei tassi di riferimento.

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