Stagnazione secolare addio: come deve agire un investitore obbligazionario

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di Luca Spoldi 26 Gennaio 2018 | 16:17

Altro che stagnazione secolare

In un mondo in cui politici reflazionisti come Shinzo Abe in Giappone piuttosto che Donald Trump negli Stati Uniti stanno sempre più prendendo il posto occupato sino a pochi anni fa da politici deflazionisti come Angela Merkel o Barack Obama, rimpiazzandola narrazione della “stagnazione secolare” che abbiamo ascoltato dal 2013 al 2016 con una narrazione che parla di riaccelerazione della crescita, super euro, borse ai massimi storici, che deve fare un investitore obbligazionario?

Stop ai capital gain sui bond più sicuri

Se lo è chiesto Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners (gruppo Julius Baer), suggerendo nella sua ultima newsletter Il Rosso e Il Nero di smettere anzitutto di pensare “che sulle obbligazioni più sicure, quei dieci trilioni che oggi hanno rendimenti negativi, ci saranno altri capital gain”. Come dire che per questi bond i tassi possono solo rimanere ancora per qualche tempo dove sono o risalire, ma non scendere ulteriormente (con relative conseguenze in termini di andamento dei prezzi).

Fugnoli: evitare bond oltre i 5 anni

Poi, suggerisce l’esperto, un investitore obbligazionario deve oggi “evitare emissioni con una vita residua superiore ai cinque anni” e “imparare (o reimparare) a convivere con una certa volatilità”, cercando semmai “di sfruttare questa volatilità con il trading”. Deve iniziare anche a “dare spazio alle obbligazioni indicizzate all’inflazione” e deve “radicalizzare le sue scelte e concentrarsi sui due poli estremi del cash-equivalent da una parte e dell’ibridazione con l’azionario (come nel caso delle convertibili o dei subordinati bancari) dall’altra, evitando quello che sta in mezzo”.

Sfruttare la debolezza del dollaro

Infine, conclude Fugnoli, “deve sfruttare, finché dura, la fase di dollaro debole per prendere rischi sulle valute locali e sui bond dei paesi emergenti di buona qualità”. In fondo il decennale cinese rende il 4%, ossia il doppio circa di un decennale americano, a fronte di un’economia che è ormai la seconda al mondo e continua a crescere a tassi multipli di quelli americani: +6,9% il Pil cinese nel 2017, +2,6% le stime relative alla crescita annualizzata del Pil americano nel IV trimestre 2017.

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