Meglio seguire strategie più difensive nei prossimi mesi

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di Luca Spoldi 31 Gennaio 2018 | 11:27

Il bello, il brutto o il cattivo: chi prevarrà sui mercati?

Il buono, il brutto o il cattivo: quali tra questi tre personaggi avrà più probabilità di emergere come protagonista nel 2018 e come possono farsi trovare pronti gli investitori? Se lo sono chiesti Joseph Amato e Erik Knutzen, gestori di Neuberger Berman, nell’ultima newsletter settimanale dell’asset manager (di cui vi abbiamo già segnalato i 10 temi chiave per il 2018), spiegando come la crescita globale sincronizzata e lo slancio dei mercati rappresenti gli aspetti “buoni” del contesto attuale. L’aspetto “cattivo” è invece rappresentato dalla fine di un periodo pluriennale di stimoli da parte delle banche centrali. Infine l’aspetto “brutto” è per i due esperti “l’evidente compiacenza dei mercati”.

Bene materie prime e bond indicizzati a inflazione

Quanto al “buono”, nel 2018 è probabile che l’economia rallenti, ma Neuberger Berman si aspetta che gli utili societari continueranno comunque a crescere. Dato che l’anno inizia con un quadro particolarmente positivo per l’azionario, l’Asset allocation committee di Neuberger Berman “predilige gli investimenti alternativi al reddito fisso e valuta favorevolmente le obbligazioni indicizzate all’inflazione e le materie prime, attendendosi un aumento dei prezzi”.

Da evitare per ora i bond “investment grade”

Quanto al “cattivo”, il rischio principale per il 2018 è ritenuto essere un rialzo dei tassi o dell’inflazione. Neuberger Berman prevede che nel corso dell’anno l’ulteriore calo della disoccupazione inizierà a stimolare l’inflazione, ma che questa aumenterà solo gradualmente. Così le obbligazioni indicizzate all’inflazione paiono “uno strumento ragionevolmente conveniente per coprire un simile rischio”. Viceversa, gli esperti sono dell’avviso che “attualmente gli investitori non siano adeguatamente compensati per il rischio legato alle obbligazioni investment grade”.

Tempo di correzione a Wall Street

Infine per quanto riguarda il “brutto”, gli esperti notano come il sostegno fornito dalle banche centrali abbia indotto i mercati alla compiacenza, con volatilità ai minimi storici, rendimenti bassi e spread ridotti, nonostante l’aumento dell’indebitamento. “Le valutazioni non sono stratosferiche, ma riteniamo che non presentino margini d’aumento”. L’ultimo ribasso del 5% dell’indice S&P500 “è stato registrato 400 giorni fa e sono in molti a ritenere che sia giunto il momento di una correzione”, magari a seguito di un esito infelice delle elezioni in Italia e in Messico o di quelle di metà mandato negli Usa, o per l’incertezza sull’esito dei negoziati per il Nafta, o ancora a seguito di uno shock provocato dalla correzione delle politiche monetarie da parte delle banche centrali oppure un forte rallentamento della crescita (più probabile in Cina).

Essere più prudenti non significa vendere in massa

Come possono prepararsi ad affrontare questi rischi gli investitori? Se il primo semestre vedrà una ulteriore crescita dei mercati, come si prevede, potrebbe essere il momento buono per iniziare a posizionarsi in vista di un aumento dell’inflazione e adottare un profilo maggiormente difensivo. Ciò “non implica necessariamente tagli drastici alle posizioni in titoli azionari e di credito”, semmai può significare una riduzione della sensibilità al mercato azionario, un miglioramento della qualità del credito o cercando di sfruttare le opportunità offerte da strategie meno liquide. “Soprattutto, però, riteniamo che occorre riconoscere che il 2018 difficilmente sarà una replica del 2017”. Investitore avvisato, mezzo salvato?

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