Inflazione Usa non preoccupa Piazza Affari, Goldman Sachs vuole conferme

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di Luca Spoldi 14 Febbraio 2018 | 17:44

Milano chiude in rialzo, ignora dati Usa

Piazza Affari non si lascia spaventare dall’inflazione americana più forte delle attese (+2,1% a gennaio contro attese di una conferma del tasso di +1,9% visto a dicembre) e chiude la giornata con l’indice Ftse Mib in crescita del 1,95% a 22.463,14 punti, vicino ai massimi della giornata, nonostante le incertezze iniziali di Wall Street dopo il dato, superate peraltro nel corso del proseguo della seduta con gli indici americani che si riportano in positivo mentre chiude Milano.

Goldman Sachs: dati odierni da prendere con le pinze

Commentando a caldo i dati, Andrew Wilson, Ceo di Goldman Sachs Asset Management per l’area Emea oltre che global co-head fixed income management, nota come le recenti turbolenze abbiano messo in luce la sensibilità dei mercati ai dati più solidi su prezzi e salari. “Tuttavia non pensiamo che gli investitori debbano basare le loro prospettive di investimento solo sui dati di oggi, anche perché sono influenzati dai cambiamenti metodologici e dalle distorsioni meteorologiche”.

Aumenta il rischio di ulteriori rialzi dei tassi

I odierni, più solidi del previsto (cosa che per il gestore “è in qualche modo incoraggiante, dato che riflette una normalizzazione in alcune componenti che sono state molto deboli”), potrebbero estendere la recente volatilità di mercato, perché le aspettative per gli aumenti dei tassi della Federal Reserve vengono ora ricalibrate verso l’alto. Secondo l’esperto di Goldman Sachs Asset Management, del resto, “il market-pricing per la politica della Fed sottovaluta il solido contesto macroeconomico, tra cui il tasso di disoccupazione ai minimi da 17 anni e l’impatto degli stimoli fiscali”, pertanto si può ritenere “che ci sia spazio per ulteriori aumenti dei tassi quest’anno rispetto all’attuale proiezione della Fed di tre rialzi”.

Importante verificare coi dati di inizio marzo

Detto questo, conclude il gestore, “crediamo che i dati di oggi dovrebbero essere considerati congiuntamente all’inflazione Pce (Personal consumption expenditures, spese personali per consumi, ndr), la misura preferita dei prezzi della Fed, e i salari, ovvero il colpevole del recente picco di volatilità, che saranno rilasciati all’inizio del prossimo mese”. Per ricalibrare le attese e vedere ulteriori reazioni dei mercati c’è dunque ancora qualche seduta di tempo.

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