Venture capital, oltre a cercare unicorni occorre selezionare portafogli

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di Luca Spoldi 19 Febbraio 2018 | 13:19

Venture capital anche per investitori meno aggressivi?

L’investimento in venture capital, percepito come ad elevatissimo rischio, si adatta in realtà anche a profili meno aggressivi, a patto di essere gestito con un processo che ricalca quello dell’asset allocation praticato dalle Sgr che gestiscono prodotti tradizionali. Lo segnala Andrea Di Camillo, Managing Partner di P101 Ventures, precisando che l’unica differenza “è che noi trattiamo un asset illiquido”. Il venture capitalist, aggiunte Di Camillo, “non è (solo) un cacciatore di sogni, ma un analista con una visione ampia e articolata di un mercato a cui difficilmente l’investitore ha accesso”.

L’approccio di P101 Ventures

P101 Ventures, ad esempio, monitora ogni anno 2mila aziende e seleziona le migliori “in base alle idee, alle persone, ai fondamentali su cui si basano e appunto anche in base al loro contributo e peso all’interno di un portafoglio che cerchiamo di bilanciare”. Se è impossibile, rispetto alla gestione patrimoniale, prevedere il rendimento di un fondo di venture capital, “quello che si può dire è che un paniere, costruito facendo uno stock picking basato su diversificazione e contenimento del rischio, ha un ritorno di due volte il capitale investito nel tempo della vita del fondo stesso”. Ma da cosa sono guidate le scelte di allocazione in portafoglio di P101? Innanzitutto dalla qualità dell’asset, spiega Di Camillo, che precisa: le tre dimensioni più importanti riguardano la durata, i settori sottostanti e la geografia.

Tre dimensioni per strutturare un portafoglio

Quanto alla prima, si tratta di un investimento che ha un orizzonte temporale lungo, se si parla della fase intermedia di seed, di 7-10 anni. La duration media di portafoglio non deve dunque superare questo orizzonte e per riuscirci occorre mescolare investimenti in fase di seed, con early stage e later stage. Quanto ai settori, P101 ha investito sia in attività B2C (che richiedono investimenti più elevati ma i cui frutti si raccolgono a più breve termine, dunque con un profilo rischio/rendimento più elevato) che B2B (inizialmente più contenuti ma che durano di più nel tempo). Infine, mantenendo un principio di rilevanza rispetto al mercato italiano, lo stock-picking di P101 si è focalizzato, oltre a quei settori in cui l’Italia è più forte, che anche in altri in cui le competenze dei propri esperti possono essere valorizzate.

Serve incentivare investimenti più cospicui

Così facendo P101 ha fatto qualcosa “che si avvicina più a un mercato quotato che a un venture capitalist”, servendosi di un modello finanziario sottostante, un algoritmo proprietario che aiuta a fare le scelte corrette basandosi sui numeri e le evidenze. Insomma: “non più tanti biglietti della lotteria, ma alcune scelte pesate sulla base delle evidenze in cui la continuità dell’investimento conferma ed accresce il suo stesso valore”. E proprio per questo e in conclusione, c’è un quarto elemento trasversale, che condiziona l’allocazione: “mancano in Italia i grossi ticket, che sono le operazioni su cui è possibile fare cash flow per l’investitore, pur tenendo il rischio misurato. I nostri investimenti quindi sono ancora piccoli, con un taglio medio di 5 milioni. Su questo gap è necessario intervenire, anche a livello istituzionale-legislativo, per incentivare investimenti più cospicui in quello che resta un mercato estremamente rarefatto rispetto alle potenzialità”.

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