Criptovalute e Ico, la Ue potrebbe varare norme ad hoc entro fine anno

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di Luca Spoldi 26 Febbraio 2018 | 17:15

Criptovalute, Ue pensa a norme ad hoc

Per i Bitcoin l’assenza di regole, almeno in Europa, potrebbe essere presto un ricordo. Secondo il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis (ex premier della Lettonia e attuale commissario Ue per i mercati finanziari), la Commissione potrebbe “decidere sulla regolamentazione” dei Bitcoin e delle altre criptovalute tra la fine dell’anno e l’inizio del 2019.

Troppo elevato rischio speculazione

Secondo il commissario, del resto, le criptovalute “possono essere oggetto di forti speculazioni ed esporre consumatori e investitori a grandi rischi”, inclusa la perdita dei capitali investiti. Di criptovalute si inizierà a parlare già alla prossima riunione dei ministri delle Finanze del G20 in calendario a marzo a Buenos Aires.

Servirebbe regolamentazione internazionale

Dal momento che è un fenomeno globale – ha sottolineato Dombrovskis – è importante che ci sia una risposta internazionale”, ma “non escludiamo la possibilità di muoverci a livello Ue, se ci fossero rischi e non vedessimo una reazione internazionale”. Una decisione in tal senso dovrebbe pertanto giungere “probabilmente alla fine dell’anno o all’inizio del prossimo”. Se la tecnologia blockchain appare “promettente” per i mercati finanziari, Dombrovskis ha apertamente criticato la mancanza di trasparenza delle Ico, le offerte iniziali di “monete” virtuali.

Il 46% delle Ico lanciate nel 2017 è già fallito

Si tratta infatti di una forma di raccolta di denaro pubblico ad elevato rischio, come testimonia il fatto che il 46% delle società che hanno lanciato una Ico nel corso del 2017 sarebbero di fatto già fallite. In particolare secondo uno studio di Tokendata, su 902 “crowd sales” avvenute lo scorso anno 142 società promotrici sono falliti nella fase di finanziamento e altre 276 successivamente, mentre ulteriori 113 possono essere considerate “semi fallite” perché i relativi team hanno smesso di comunicare sui social o perché hanno coagulato attorno a sé una comunità così piccola da non avere alcuna concreta speranza di sviluppare i progetti per i quali erano stati raccolti i capitali.

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