Banca Carige: perchè Malacalza resta freddo a ipotesi fusione

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di Luca Spoldi 26 Aprile 2018 | 17:16

Banca Carige senza emozioni in borsa

Giornata tranquilla per il titolo Banca Carige, che a Piazza Affari rimane sugli 0,88 centesimi di euro per azione dopo che sono passate di mano quasi 400 milioni di azioni a un’ora dal termine della seduta regolare. L’istituto ligure pare destinato a rientrare nel prossimo “risiko” che secondo analisti e investitori riguarderà le banche di media dimensione italiana, ma quando è come non è dato sapere.

Mincione stuzzica Malacalza

Negli scorsi giorni Raffaele Mincione (da inizio anno socio al 5,4% della banca) ha esortato Vittorio Malacalza (azionista principale col 20,6% di Banca Carige) ad accettare che l’istituto faccia parte di un gruppo più grande, ma come notano alcuni per Malacalza aderire a eventuali offerte potrebbe risultare difficile, non solo e non tanto per la necessità di passare la mano (la Bce ha del resto imposto all’imprenditore bobbiese di non esercitare un ruolo che possa configurarsi come di direzione e coordinamento della gestione operativa), quanto per la perdita finora accumulata.

Perché Malacalza resta freddo

Facendo due calcoli, prima dell’ultimo aumento da 500 milioni il gruppo Malacalza possedeva il 17,59% di Banca Carige iscritto a bilancio per un valore di carico di 263,5 milioni di euro. Con l’aumento di capitale Malacalza ha poi investito circa altri 100 milioni per arrivare all’attuale 20,6%, per un investimento totale di circa 363 milioni a fronte di una capitalizzazione di mercato di soli 483 milioni di euro ad oggi, che implica un valore della partecipazione di poco inferiore ai 100 milioni di euro, ovvero una perdita potenziale di oltre 263 milioni.

Prima di cedere bisogna centrare gli obiettivi

Secondo Mincione Banca Carige se accettasse di diventare preda potrebbe valere fino al doppio o al triplo delle attuali quotazioni: nel primo caso Malacalza subirebbe comunque una perdita nell’ordine dei 160 milioni o più, nel secondo comunque rischierebbe di perdere ancora una sessantina di milioni. Con queste premesse difficilmente Malacalza può voler accelerare il passo verso una futura fusione/cessione dell’istituto. Piuttosto deve sperare che il piano industriale in corso (il Transformation program 2017-2020) raggiunga gli obiettivi prefissati tra cui far risalire l’utile netto a 146 milioni nel 2020.

Malacalza deve limitare i danni

In questo caso, applicando un multiplo pari a 8-9 volte gli utili attesi al 2020, in linea con quello medio delle altre banche italiane quotate, la valutazione complessiva della banca salirebbe tra 1,2 e 1,3 miliardi, ossia circa il triplo del valore attuale. Se a quel punto il potenziale acquirente fosse disponibile a riconoscere un premio, Malacalza potrebbe uscire quasi senza danni dall’avventura ligure (e Mincione, che dovrebbe aver comprato i titoli in borsa attorno alle quotazioni attuali, potrebbe incassare una cospicua plusvalenza).

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