Borse in ritirata, investitori vedono rischio guerra commerciale

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di Luca Spoldi 19 Giugno 2018 | 10:33

Trump e Pechino ai ferri corti

Donald Trump continua a flettere i muscoli, insistendo con una tecnica negoziale già utilizzata per cercare di “piegare” i partner commerciali più riottosi come la Cina agli interessi nazionali, mentre si avvicina l’appuntamento autunnale con le elezioni di metà mandato. Ma Pechino non sembra voler più stare al gioco e avverte: se gli Usa “perderanno il senso della misura” e pubblicheranno una lista di articoli su cui applicare dazi del 10% per un controvalore complessivo di altri 200 miliardi di dollari (oltre alla prima lista di beni per 50 miliardi di dollari su cui i dazi sono scattati in questi giorni) scatteranno immediate ritorsioni.

Borse in forte calo dall’Asia all’Europa

Delle rinnovate tensioni tra Washington e Pechino fanno le spese i mercati azionari mondiali a partire dall’Asia, dove Tokyo ha visto il Nikkei225 chiudere in calo dell’1,77% a 22.278,48 yen, mentre Shanghai è crollata del 3,78% riportandosi ai minimi dall’agosto dello scorso anno e Hong Kong ha chiuso in rosso del 2,76%. L’ondata di ordini di vendita è proseguita poi anche sui listini europei che hanno aperto la giornata in deciso calo, con Piazza Affari che al momento cede l’1,37%, Parigi a -1,23%, Francoforte in calo dell’1,76%, Madrid in rosso dell’1,26% e Londra a -0,75%.

Piazza Affari attende Tria al varco

Nell’attesa di vedere se all’ultimo si troverà un accordo tra le due maggiori economie mondiali che eviti una guerra commerciale e quale sarà il destino delle esportazioni europee, su cui ugualmente grava il rischio di dazi americani, a Milano gli investitori attendono anche la presentazione alla Camera da parte del ministro dell’Economia e finanze, Giovanni Tria, della nota di aggiustamento del Def che dovrebbe prevedere le misure per neutralizzare il rialzo dell’Iva dal prossimo primo gennaio. Non sono previste particolari novità rispetto a quanto già inserito nel “contratto di governo”, semmai un allungamento dei tempi per rendere le previste riforme compatibili con l’esigenza di tenuta dei conti pubblici.

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