Bny Mellon Im: il ciclo del reddito fisso quando la Fed varia i tassi

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di Redazione 26 Luglio 2018 | 17:29

Contenuto tratto da www.bluerating.com


OCCHI PUNTATI SULLA FED
– Tipicamente, quando la Fed starnutisce le altre banche centrali si prendono il raffreddore, spiega Paul Brain, head of fixed income di Newton (BNY Mellon IM) e gestore del BNY Mellon Global Dynamic Bond Fund. Eppure, sinora le uniche vittime dei falchi della Federal Reserve sono stati i bond governativi dei mercati emergenti. Archiviato il primo semestre dell’anno, è un buon momento per riflettere su ciò che è successo e su ciò che ci attende sui mercati finanziari (e non solo): le temperature stanno salendo, le vacanze sono già pianificate e ci sarà un po’ più di calma. Nell’ambito del reddito fisso, un fattore ha dominato su tutte le asset class, direttamente o indirettamente: la nuova politica monetaria della Federal Reserve, contrassegnata da un aumento dei tassi d’interesse rispetto ai minimi storici e da una riduzione dei titoli obbligazionari in portafoglio. Di conseguenza, gli investitori obbligazionari di tutto il mondo hanno vissuto mesi difficili dal dicembre 2017 a oggi; la stretta sulla liquidità sarebbe già un motivo sufficiente per stimolare un ritorno della volatilità sui mercati, ma per di più le nuove politiche monetarie della Fed si sono andate a innestare su uno scenario politico particolarmente fragile, dovuto alle politiche sulle tariffe commerciali internazionali dell’amministrazione Trump. Dopo il picco di volatilità correlato alle azioni e registrato a febbraio, i titoli di Stato dei Paesi sviluppati – i primi a causare perdite di capitale per gli investitori – si sono stabilizzati, ma non si può dire lo stesso per i governativi emergenti. Il 2018 è un anno di transizione, in cui i mercati del reddito fisso si muovono al ribasso in diverse fasi successive, e in cui gli investitori farebbero bene a concentrarsi sulla protezione del capitale.

LA LEZIONE DELLA STORIA – Si può guardare al passato per scorgere il percorso solitamente tracciato dai mercati in occasione delle strette monetarie della Fed. È interessante studiare l’ordine in cui gli asset più esposti al rischio registrano un rally quando la liquidità aumenta, e poi quali cadono per primi quando la liquidità viene rimossa. I mercati emergenti e le materie prime hanno aperto le danze dei rialzi quando gli Usa hanno introdotto il Troubled Asset Relief Program, Tarp, nel 2009, per poi essere inseguiti dal credito e dalle azioni. Viceversa, l’aumento dei fondi Fed e del dollaro Usa nel 1995-2000 ha causato problemi in Asia e in Russia nel 1998 e poi sui mercati azionari nel 2000. Se vogliamo quindi tracciare un parallelo con le vicende di 20 anni fa, il 1998 ha visto un ampliamento degli spread dovuto alla rimozione della liquidità in dollari che ha colpito dapprima i governativi stranieri con prestiti denominati in dollari Usa. Così, la storia ci insegna che i mercati dei titoli del Tesoro Usa sono i primi a cadere, seguiti dagli emergenti e poi dagli high yield; per allora il ciclo è pronto a ricominciare, con un nuovo rally dei titoli del Tesoro e poi di nuovo delle altre asset class. In questo momento i nostri indicatori di stress sui titoli societari sono ancora in territorio di calma, ai livelli attuali di tassi sui prestiti. Ma un aumento ulteriore di 100 punti base sui tassi Fed, unito a un aumento previsto dei salari del 3%, ai costi di importazioni più elevati e dalla “sbornia” dell’economia dopo gli stimoli fiscali del 2018 lascia pensare che il 2019 non sarà un anno facile, e che gli investitori dovrebbero adottare un atteggiamento prudente e diversificato a livello globale.

 

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