Criptoinvestitori, il fisco vi osserva

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di Antonio Potenza 22 Ottobre 2021 | 11:19

I bitcoin e company stanno praticamente vivendo la loro golden age. La prospettiva di guadagno aumenta e l’appetibilità di conseguenza. Tuttavia gli operatori retail da un lato spesso dimenticano rischio e volatilità di simili asset. E dall’altro che anche nella criptosfera, come scrive Il Sole 24 Ore, che il fisco li osserva e che il mondo delle cripto non è esente da adempimenti.

La prima differenziazione da dover fare è quella tra chi utilizza etf sui criptoasset, prodotti che ne copiano l’andamento, e chi investe direttamente in bitcoin. Nel primo caso, come spiega Francesco Avella al quotidiano, fiscalista esperto di cripto, si ricade nell’ambito dei fondi ed è applicata l’aliquota del 26% sul provento realizzato tramite il fondo.
Nel secondo di caso dipende spesso dall’appoggio o meno ad un istituto finanziario stabilito in Italia oppure estero. Se ci fosse tale appoggio, sarebbe lo stesso istituto ad adempiere al pagamento dell’imposta, del pagamento fiscale e del monitoraggio. Se l’investitore utilizza un istituto straniero invece sarà lui stesso a farsi carico di entrambi gli oneri in dichiarazione.

Nel caso di una plusvalenza, è prevista l’applicazione dell’aliquota sulle rendite finanziarie del 26%. Il pagamento, che deve essere realizzato nella dichiarazione dei redditi, prevede però una franchigia per i piccoli investitori. Specificatamente “si tratta del controvalore oltre la soglia di 51.645,69 euro detenuto per almeno sette giorni lavorativi consecutivi, in base al cambio dell’euro all’inizio del periodo d’imposta”. Cioè nell’anno in cui è stata realizzata la plusvalenza.

A ciò va aggiunto un obbligo di informazione. L’investitore, nell’ambito del monitoraggio fiscale, deve comunicare tramite il quadro RW della dichiarazione dei reditti, la detenzione degli asset in oggetto, anche senza plusvalenza.

Ma, vista la mancanza di una norma che regoli i criptoasset, quali sono le tutele dell’investitore? “Il bitcoin” risponde Andrea Conso, dello studio Annunziata & Conso, sentito sempre dal quotidiano economico, “è più corretto, oggi, ricondurlo ad un investimento di natura finanziaria”. A questo punto potrebbero attivarsi alcune tutele, come le condizioni minime sull’informativa e il consenso consapevole.

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