Investimenti: ecco perchè gli Usa battono il resto del mondo

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di Gianluigi Raimondi 6 Ottobre 2022 | 14:31

Il prossimo 8 novembre gli Stati Uniti andranno alle urne per le cosiddette elezioni di “mid term”, che si tengono ogni quattro anni a metà del mandato presidenziale. Il voto di Mid Term riguarda il Congresso (l’intera Camera e oltre un terzo del Senato), le assemblee elettive dei singoli Stati e 36 Governatori. È politicamente importante perché rappresenta un giudizio della nazione sulla prima metà del mandato del presidente: di solito con risultati poco indulgenti per gli inquilini di turno alla Casa Bianca, come dimostra la storia di queste elezioni in cui vennero “puniti” duramente anche Clinton, Reagan, Obama e Eisenhower.

In questo scenario, ecco di seguito la view di Alessandro Tentori, Chief Investment Officer di AXA IM Italia.

Riserve strategiche di petrolio quasi azzerate

L’attuale presidente, Joe Biden, arriva al giro di boa elettorale con consensi in ripresa (anche se non particolarmente alti) e idee chiare: l’ex vice di Obama sta puntando sulla protezione degli strati medio-bassi della società. E lo fa in due modi. Il primo è la vendita di scorte strategiche di petrolio americano, per abbassare il prezzo dei carburanti, da sempre termometro importante della “pancia” dell’elettore medio.

Una mossa che è riuscita a riportare il prezzo della benzina dai 5,5 dollari al gallone di metà giugno ai 4,35 dollari attuali, livello comunque alto rispetto alla media storica ma più ragionevole. Biden ha però raggiunto questo risultato a caro prezzo: liquidando le scorte strategiche petrolifere degli Stati Uniti, accumulate in decenni, che ora sono quasi azzerate. Andranno ricostituite in fretta, viste le tensioni con Russia e Cina.

Ma la determinazione di Biden nel corteggiare gli strati medio-bassi dell’elettorato si intravede anche nell’operato di Jerome Powell, numero uno della Fed, che sta procedendo a una stretta monetaria senza precedenti a difesa del potere d’acquisto del consumatore americano. L’obiettivo è cercare di frenare al più presto il carovita per poi magari varare in un secondo momento un piano di sostegno a un’economia in frenata, ma comunque sostenuta da un mercato del lavoro ancora tonico.

I contraccolpi di una sconfitta del presidente

Esiste comunque il rischio tangibile che i democratici di Biden perdano la maggioranza alla Camera e vadano in minoranza anche in Senato, dove al momento i due partiti sono in perfetta parità (50 a 50), con la speaker Nancy Pelosi che regala il vantaggio ai dem per un solo voto. E se il partito di Biden venisse sconfitto? Probabilmente non avremmo cambi di rotta significativi sulla politica estera e su quella economica le conseguenze del cambio di colore di Camera e Senato si sentirebbero soprattutto sulla politica interna statunitense.

Il congresso del partito comunista cinese

Le elezioni di Mid Term rappresentano comunque solo uno dei tasselli del grande puzzle geopolitico che si sta componendo in questo autunno caldo per economia e mercati. Il 16 ottobre si terrà il congresso del partito comunista cinese, molto atteso, in cui Xi Jinping potrebbe essere confermato come segretario generale. La decisione di Hong Kong di cancellare la quarantena da Covid potrebbe anticipare una simile mossa cinese, che rappresenterebbe un toccasana per l’economia della seconda potenza mondiale.

La frammentazione 2.0 in Europa

Intanto nel Vecchio continente il conflitto in Ucraina gonfia minacciosi venti di crisi e alimenta nuove forme di frammentazione della Ue, con Deutsche Bank che prevede per il prossimo anno una Germania in pesante recessione. La Bce per ora continua la stretta monetaria, seguendo la Fed sul sentiero del rapido rialzo dei tassi di interesse, con il rischio però che l’inflazione europea non scenda come si vorrebbe: è infatti per due terzi da offerta (ovvero legata soprattutto ai costi delle materie prime) e solo per un terzo da domanda. Quest’ultimo tipo di carovita invece domina negli Stati Uniti, dove ad alimentare i prezzi è lo squilibrio tra un’eccezionale richiesta di beni e servizi e un’offerta incapace di soddisfarla.

C’è la possibilità che l’inflazione europea non venga domata in fretta come è destinata a fare quella americana: se nel Vecchio continente si realizzasse questo scenario di stagflazione, ossia di stagnazione (o recessione) e inflazione, la Bce potrebbe essere costretta a ripensare le sue mosse di politica monetaria.

L’Italia di Giorgia Meloni

Intanto l’Italia del dopo elezioni è alle prese con la formazione del nuovo Governo, che dovrà affrontare una probabile recessione con poche risorse. Sulle ipotesi di scostamento di bilancio la prudenza è d’obbligo dopo la recente esperienza britannica, dove l’annuncio di un piano straordinario di stimoli economici è stato accolto dai mercati nel peggiore dei modi: con un’ondata di vendite sui titoli di Stato inglesi (Gilt) che ha costretto la Bank of England a intervenire con un significativo piano d’acquisto per salvare la stabilità finanziaria del Regno Unito (e soprattutto la tenuta di alcuni fondi pensione). La Gran Bretagna sta seguendo le orme dell’amministrazione Carter negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta: mentre la politica monetaria è concentrata a contenere l’inflazione, quella fiscale rischia di alimentarla con pacchetti di stimoli generici e mal calibrati.

In questo difficile contesto fa bene la Meloni a non inimicarsi l’Europa, anche perché uno degli obiettivi di medio termine italiani è evitare che l’enorme flusso di finanziamenti provenienti da Bruxelles e legati al Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) non si interrompa, rendendo le cose ancora più difficili per il nostro Paese. Dove l’aumento dei tassi d’interesse e la recessione alle porte complicano la situazione di rating, spread, sostenibilità del debito e finanze pubbliche.

Puntare sull’America

Come investire, dunque, in questo autunno sempre più difficile? Sono da privilegiare gli Stati Uniti, più avanti di sei mesi nella stretta monetaria e con un’inflazione da domanda meno difficile da domare. Mentre l’Europa resta impantanata in un conflitto a Est che vede aumentare di giorno in giorno la fragilità, la frammentazione e il deficit commerciale dell’Unione, con una recessione che ormai nel Vecchio continente sembra inevitabile.

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