Asset allocation, Paesi emergenti: ecco su quali puntare e quali evitare

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di Redazione 25 Novembre 2022 | 14:31

“Sebbene si siano registrati ingenti deflussi dal debito dei mercati emergenti da inizio anno, sia l’aumento dei tassi d’interesse statunitensi che il rafforzamento del dollaro USA stanno avendo un effetto inferiore a quello previsto, grazie ai fondamentali più solidi dei mercati emergenti e a politiche monetarie prudenti“. Parola di Viktor Szabó, investment director di abrdn, che di seguito spiega nel dettaglio l’affermazione.

I Paesi emergenti come Sudafrica, Polonia, Brasile, Messico, India e Indonesia continuano a registrare buone performance. Questi Paesi hanno subito uno shock inflazionistico simile a quello europeo, sebbene quest’ultimo sia stato aggravato dal conflitto tra Russia e Ucraina e dalla crisi energetica. L’inflazione ha colpito per prima l’America Latina, seguita dall’Europa emergente e poi dall’Asia, che ha potuto contare su forniture di petrolio russo a prezzi scontati e sulla dipendenza dal riso e non dal grano.

La grande differenza in molti paesi emergenti è che le banche centrali sono indipendenti, o sempre più indipendenti, il che significa che possono agire con prudenza senza interferenze governative. Molti paesi sono anche passati all’inflation targeting, portando ulteriore stabilità. Questi paesi hanno iniziato ad aumentare i tassi non appena hanno visto crescere l’inflazione. Molti di essi avevano in precedenza tassi di interesse bassi, ma hanno agito rapidamente per contenere l’inflazione. In Brasile i tassi di interesse sono passati dal 2% al 13,75% e l’inflazione è scesa al 6,5%, al di sotto dei livelli prevalenti nell’Eurozona, nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

I Paesi che hanno sottoperformato sono quelli in cui i tassi non sono stati alzati abbastanza rapidamente, come l’Argentina, l’Ungheria e la Polonia, oppure, nel caso della Turchia, dove si è deciso di abbassare i tassi, nonostante un’inflazione sopra l’85%. Un altro colpo è arrivato dalla Russia, che è stata eliminata dagli indici dei mercati emergenti, in quanto le sanzioni l’hanno resa non investibile. L’azzeramento degli asset russi ha avuto un effetto sproporzionato sugli indici, che hanno registrato un forte rendimento negativo.

Per le economie più grandi e a medio reddito, i bilanci sovrani sono notevolmente migliorati e sono diversi dai giorni del “taper tantrum“, quando le economie dei “fragile five” registravano deficit delle partite correnti elevati. L’eccezione è rappresentata dalla Turchia, che continua a versare in cattive condizioni.

Un altro motivo per cui i mercati emergenti non stanno subendo lo stesso destino di “flight to safety” rispetto a 10-20 anni fa è la maggiore dipendenza dal mercato obbligazionario nazionale. La maggior parte dei Paesi ha emesso un numero molto maggiore di obbligazioni in valuta locale e ha un maggior numero di clienti nazionali, compresi gli investitori istituzionali, per cui vi è una minore necessità di finanziamenti in valuta estera. Nei decenni passati, il debito in valuta forte era talmente elevato che, nel momento in cui le valute locali si deprezzavano, finiva rapidamente in default.

Non siamo fuori dal tunnel, ma i Paesi che seguono politiche prudenti stanno affrontando bene la situazione, tra cui: Brasile, Repubblica Ceca, Sudafrica e Indonesia. Tutti i paesi che hanno aumentato rapidamente i tassi di interesse hanno subito shock inflazionistici minori. L’economia dell’America Latina sta andando generalmente bene, ma la regione deve stabilire nuovi contratti sociali, dato che i nuovi presidenti di sinistra hanno evidenziato il desiderio di migliori servizi pubblici e di economie più sostenibili e inclusive.

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