Investimenti, ecco perchè l’Eurozona sarà a rischio anche nel 2023

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di Redazione 28 Novembre 2022 | 10:31

Venerdì scorso il dato sul PIL del terzo trimestre rivisto della Germania, cresciuto dello 0,4%, è risultato superiore alle attese degli analisti che si fermavano allo 0,3%. L’indicatore del clima di fiducia dei consumatori GFK che, come noto, tende ad anticipare la spesa dei consumatori tedeschi, cresce (anche se meno del previsto) di 1,7 punti, passando a -40,2 a dicembre da -41,9 di novembre. Da registrare inoltre un lieve miglioramento delle aspettative relative alle condizioni economiche (-17,9 contro -22,2) e delle aspettative di reddito (-54,3 rispetto a -60,5).

Che il 2022 si chiuda con una variazione di PIL positiva per la Germania e l’intera Europa (+3,3% nell’UE) è cosa nota, visto l’effetto di trascinamento della forte variazione positiva del 2021 (+5,5%). Quello che preoccupa è il 2023, dove la Commissione Europea prevede una forte riduzione della crescita del PIL allo 0,3% con un’inflazione del 7% (UE).

Non siamo così sicuri che nel 2023 l’inflazione possa fermarsi al 7% che, se pur in riduzione, è comunque un tasso decisamente più alto dell’obiettivo del 2%. E questo per due motivi, più volte ricordati: uno di politica monetaria e l’altro di politica fiscale. Il primo riguarda la struttura dell’inflazione, determinata per circa la metà da costi sui quali la BCE ha le armi spuntate. Il secondo, riguarda il disaccordo politico dei governi europei su temi importanti e strategici (leggi price cap del gas) che non aiuta certo la disinflazione. Anzi. Siamo quindi convinti che i tassi di interesse possano rimanere in una situazione di squilibrio più a lungo di quanto i mercati prevedano in questo momento.

E più a lungo i tassi di interesse rimangono in disequilibrio per combattere l’inflazione, più aumenta la possibilità che la recessione che ne segue sia lunga e profonda, sperando che non si trasformi in stagflazione.

Le prospettive economiche restano caratterizzate da un livello di incertezza molto elevata, perché la guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina prosegue. Da mettere in conto che comunque il potenziale di ulteriori perturbazioni economiche non si è ancora esaurito.

La minaccia maggiore deriva dagli sviluppi negativi del mercato del gas (leggi sempre price cap) e dal rischio di carenze delle forniture, in particolare nell’inverno 2023-24 (e non mi sembra che i governi dei paesi UE siano d’accordo sul da farsi).

Al di là dei problemi di approvvigionamento di gas che comunque vedremo il prossimo anno, l’UE rimane anche direttamente e indirettamente esposta a ulteriori shock nei mercati delle materie prime dovuti alle tensioni geopolitiche.

Rimangono dunque importanti fattori di rischio per i mercati: la perdurante inflazione ma soprattutto gli aggiustamenti disordinati dei mercati finanziari mondiali al nuovo contesto mondiale caratterizzato da tassi di interesse elevati, entrambi amplificati dal forte rischio di incoerenza tra gli obiettivi di politica monetaria e quelli di politica di bilancio.

A cura di Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim

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