Investimenti, outlook: il 2024 sarà un anno di svolta. La view di Wellington Management

La dinamica dei cicli economici sta subendo una trasformazione: prevediamo che la differenza di Pil tra regioni e Paesi avrà un impatto nel determinare il livello di inflazione maggiore rispetto a quanto abbiamo osservato negli ultimi 20 anni di globalizzazione. I mercati e le banche centrali necessiteranno di un periodo di adattamento a questa nuova realtà, e ciò porterà a cicli economici più brevi e più frequenti, accompagnati da un’inflazione più volatile e, mediamente, più elevata“. La previsione arriva da John Butler ed Eoin O’Callaghan, macro strategist di Wellington Management, che di seguito spiega nei particolari la view.

La crescita globale sta rallentando e ci aspettiamo che continui a farlo anche nel 2024. È molto probabile che la maggior parte dei Paesi registri almeno un trimestre di contrazione economica e che alcuni di essi debbano addirittura affrontare una recessione tecnica, cioè due trimestri consecutivi di crescita negativa. Tuttavia, queste flessioni non dovrebbero rivelarsi troppo marcate, soprattutto perché i consumatori sono supportati – in aggregato – da un aumento dei redditi reali.

Le banche centrali sembrano indicare che il picco dei tassi di interesse è già stato raggiunto. Di fronte al rallentamento della crescita economica, all’aumento moderato della disoccupazione e alla diminuzione dell’inflazione, le banche centrali potrebbero cogliere l’opportunità di ridurre i tassi di interesse. Tuttavia, a nostro avviso, questa potrebbe rivelarsi una decisione errata. Riteniamo infatti che il rallentamento della crescita economica non sia sufficiente a creare le condizioni di allentamento necessarie per riportare l’inflazione in modo permanente verso l’obiettivo.

La politica fiscale e i cicli elettorali avranno un impatto sempre più significativo sulle previsioni economiche. Un lungo elenco di impegni fiscali, che vanno dalle spese per il settore della difesa a quelle per la transizione climatica, porterà i bilanci pubblici a registrare un deficit, in particolare in Europa. Con l’avvicinarsi delle elezioni, è probabile che i Paesi adottino politiche fiscali più accomodanti – come ad esempio negli Stati Uniti e nel Regno Unito – anche se l’inflazione rimarrà più alta rispetto agli obiettivi di lungo termine.

Di fronte a una politica monetaria in continua evoluzione e a un incremento costante delle spese fiscali, crediamo che i premi al rischio mostreranno un trend al rialzo nei prossimi anni. Questo sarà guidato da un notevole aumento dell’offerta netta di debito pubblico, che si sta rapidamente avvicinando a livelli che non si registravano da tre decenni.

I governi stanno gradualmente consolidando i propri deficit, mentre le banche centrali, che negli ultimi 10 anni hanno agito come acquirenti di ultima istanza, stanno diventando venditori netti di titoli. Nel frattempo, l’eccesso di risparmio a livello globale si sta spostando verso i mercati emergenti, che sembrano meno inclini a investire nel debito pubblico dei mercati sviluppati.

La pressione strutturale conseguente al rialzo dei premi a termine potrebbe limitare il potenziale rialzo dei tassi a lungo termine nel caso si verificasse una contrazione economica. Al contrario, i tassi a lungo potrebbero continuare ad aumentare qualora nel 2024 dovessero emergere i primi segnali di ripresa dell’inflazione.

Con la deglobalizzazione, crediamo che un approccio locale possa generare più valore. Nel 2024 molti temi interessanti potranno essere affrontati a livello regionale e nazionale. Numerose piccole economie aperte – dai Paesi scandinavi alla Nuova Zelanda – potrebbero affrontare situazioni cicliche e politiche molto diverse da quelli degli Stati Uniti, dell’Eurozona e di altre grandi economie, i cui bilanci del settore privato tendono ad essere più solidi. I paesi la cui crescita in passato è stata legata alle esportazioni – in particolare la Germania e la Cina – potrebbero dover passare a un nuovo modello di crescita interna oppure rischiano di indebolirsi. Il Giappone, a lungo fonte di deflazione e di elevati risparmi a livello mondiale, potrebbe aumentare i tassi, porre fine al controllo della curva dei rendimenti e continuare sulla traiettoria della reflazione.

Vuoi ricevere le notizie di Bluerating direttamente nella tua Inbox? Iscriviti alla nostra newsletter!