Ecco perchè non investire è il rischio maggiore

Il 2024 è iniziato in modo positivo per i mercati e nonostante, tra rischi finanziari, politici e geopolitici, non manchino i campanelli d’allarme da monitorare, siamo convinti che investire sui mercati nel lungo periodo resti l’opportunità migliore per i risparmiatori“. Parola di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, che di seguito spiega le ragioni dell’affermazione

Osservando l’andamento dei mercati dal 1991 ad oggi e considerando le sfide significative che si sono presentate agli investitori nel corso degli anni, dal default di Lehman Brothers fino alla pandemia da Covid-19, nel lungo termine i mercati finanziari hanno sempre dimostrato la loro resilienza. Come appare chiaro dal grafico sotto, che mostra la performance delle obbligazioni e delle azioni globali, confrontate con l’inflazione statunitense, il rischio storicamente maggiore è quello di non investire.

Anche i policy maker potrebbero sbagliare

Per il 2024, il rischio principale che si presenta agli investitori è che il tentativo dei policy maker di orchestrare un “atterraggio morbido”, ossia di riportare l’inflazione entro il target senza danneggiare realmente la crescita, si riveli infruttuoso, con un’inflazione più resistente o una crescita più debole del previsto. A onor del vero, per ora i policy maker sembrano aver fatto un buon lavoro: l’inflazione è calata e la crescita non è crollata, anzi negli Stati Uniti nel 2023 si è rivelata sorprendentemente forte.

Tuttavia, alcuni analisti sostengono che il merito del calo dell’inflazione non dovrebbe andare ai banchieri centrali, quanto piuttosto al progressivo venir meno delle pressioni sulla catena di approvvigionamento. Quest’analisi potrebbe avere un certo fondamento, come suggerisce il grafico sottostante, che mostra come negli ultimi cinque anni le pressioni sui prezzi in Eurozona e quelle sulla catena di approvvigionamento globale si siano mosse in simultanea. Riteniamo, però, che questo argomento sottovaluti il ruolo della politica monetaria e che la colpa di un eventuale peggioramento dei dati macro – quindi un’inflazione più alta o una crescita molto più debole – sarebbe probabilmente ricaduta sui policymaker.

A preoccupare gli investitori sono anche la redditività aziendale, attualmente molto elevata rispetto alla media storica (grafico sotto), e le aspettative del mercato.

Il dubbio è che i margini possano rimanere elevati, così come sembrano ritenere gli analisti, secondo cui stiamo effettivamente vivendo una nuova era di redditività. Sebbene la tendenza sia stata quella di un aumento dei margini nel corso del tempo, si nota una relazione tra inflazione e redditività, almeno negli Stati Uniti (vedi grafico sotto), per cui se l’inflazione dovesse scendere in modo significativo, potremmo aspettarci di vedere i margini sotto pressione.

Un altro fattore da monitorare nel 2024, che potrebbe avere conseguenze positive o negative per i mercati finanziari, è senz’altro la politica. In termini di elezioni democratiche, quest’anno voterà circa la metà della popolazione mondiale e le elezioni negli Usa saranno al centro del palcoscenico globale. Il loro impatto potrebbe essere significativo: nell’immediato i mercati si muoveranno per riflettere le aspettative politiche, ma probabilmente occorrerà del tempo prima che i loro effetti si manifestino pienamente. Ad esempio, in occasione delle elezioni statunitensi del 2016, la preoccupazione dei mercati per le conseguenze della vittoria di Donald Trump si trasformò abbastanza rapidamente in ottimismo, almeno rispetto alle azioni statunitensi, sull’onda della prospettiva di tagli alle imposte aziendali.

Indovinare quale direzione prendere è una sfida difficile, che probabilmente è meglio evitare: l’ideale è mantenere un portafoglio ben diversificato.

L’ultimo punto riguarda il rischio geopolitico, che appare senza dubbio in aumento, da qualunque prospettiva lo si osservi. Occorrerà, però, capire come questo rischio si rifletterà sui mercati finanziari; in particolare, sarà da monitorare l’impatto del protrarsi delle tensioni nel Mar Rosso sulle catene di approvvigionamento e sui costi di spedizione, che potrebbe portare a un marginale rialzo dell’inflazione. Ad ogni modo, il fatto che negli ultimi anni i mercati finanziari abbiano ampiamente ignorato il rischio geopolitico, che si sia trattato di Cina-Taiwan, Russia-Ucraina o del Medio Oriente, ci ricorda il pericolo di cercare di anticipare il sentiment del mercato.

 

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