Assiom Forex: ecco cosa è emerso dalle parole del presidente

In occasione del 30° Congresso di Assiom Forex (che si è tenuto il 9 e il 10 febbraio), ecco cosa è emerso dalle parole del presidente Massimo Mocio.

Per i mercati finanziari il 2023 è stato un anno molto complesso, caratterizzato inizialmente da un atteggiamento cauto degli investitori – colpiti dalle pessime performance degli assets in portafoglio nel 2022 – e preoccupati da un possibile rallentamento della crescita, a seguito del rialzo dei tassi e dell’acuirsi delle tensioni geopolitiche.

Solo nell’ultimo trimestre dell’anno si è assistito ad una netta inversione di tendenza: le valutazioni dei titoli obbligazionari sono salite, e diversi listini azionari hanno chiuso il 2023 segnando nuovi massimi storici.

In particolare, il mercato azionario italiano e soprattutto le banche italiane hanno registrato un forte rialzo: il FTSE Mib si è collocato sopra quota 30,000, ritornando sui livelli del giugno 2008, e l’indice FTSE Italia All-Share Banks è salito di oltre il 50% – inclusi i dividendi.

Questo recupero è avvenuto, nonostante sia stato implementato il ciclo di restrizione monetaria più intenso e rapido degli ultimi 2 decenni: la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi di 4,5 punti percentuali, la Federal Reserve a sua volta di 5,25 punti percentuali, in meno di un anno e mezzo.

Le banche centrali sembrano essere riuscite in un complesso esercizio di equilibrio: rallentare l’inflazione, evitando – al contempo – che l’economia entrasse in recessione.

La traiettoria di rientro dell’inflazione “core” nell’Eurozona si sta avvicinando al target del 2%, per la fine dell’anno; l’economia americana che all’inizio dello scorso anno si pensava finisse in recessione, ha mostrato una crescita del 3,3% nel 4° trimestre del 2023.

Il nostro Paese ha registrato una crescita modesta, ma maggiore delle attese iniziali e superiore a quella dell’Eurozona, con un incremento di 0,7% del PIL, su base annuale.

Anche per quest’anno, per l’Italia è atteso un aumento del PIL più ampio rispetto all’area euro.

Per una volta il malato d’Europa non sembra essere l’Italia, ma la Germania che nel 2023 ha registrato una contrazione dello 0,3% con previsioni di una crescita pressoché nulla nel 2024.

Nuovo paradigma

Nel 2024 si apre una fase nuova, di difficile interpretazione, nella quale le banche centrali avranno ora l’arduo compito di stabilire le tempistiche e l’entità dei tagli dei tassi.

Questo contesto di transizione richiederà loro un’attenta gestione delle aspettative.

Dall’ultimo trimestre del 2023, infatti, i mercati obbligazionari e azionari hanno iniziato a riflettere attese di consistenti tagli dei tassi d’interesse, di entità ben superiore rispetto alle intenzioni dichiarate dai banchieri centrali.

È di tutta evidenza che nel caso in cui queste previsioni vengano smentite, ci sarà da attendersi un’elevata volatilità su tutta la curva dei mercati obbligazionari, una volatilità che già lo scorso anno è stata molto elevata e addirittura superiore a quella del mercato azionario.

Viviamo una fase dei mercati finanziari che non registravamo da molti anni: navigare in questi mercati agitati richiede grande disciplina, competenza ed esperienza. Questa competenza ed esperienza è quella che Noi come Assiom Forex cerchiamo tutti i giorni di trasmettere ai colleghi più giovani.

In questo contesto, se la restrizione monetaria dovesse protrarsi per un tempo eccessivo, potrebbe comprimere troppo la domanda aggregata e in tal caso, anche la realizzazione delle necessarie trasformazioni strutturali, indispensabili per una crescita robusta e sostenibile nel lungo periodo, potrebbe subire una battuta d’arresto.

In Italia, sia pur in un quadro – come detto – positivo, alcune parti del sistema produttivo stanno mostrando segnali di debolezza: come evidenziato dagli indicatori delle condizioni economiche PMI, che hanno solo da poco recuperato la soglia di 50.

Si cominciano ad osservare alcune indicazioni di stress da parte di famiglie ed imprese, mentre nell’ultimo anno si è registrata una contrazione significativa nella domanda di credito.

Per quel che concerne le imprese, l’aumento dei tassi di interesse, il calo del fabbisogno per la spesa in investimenti fissi e il maggior ricorso all’autofinanziamento hanno determinato una significativa diminuzione nelle richieste di prestiti, che si è tradotta in una riduzione pari al 5% – su base annua – del credito all’economia.

È una cifra importante! Sono 32 miliardi di euro, sottratti all’economia reale del Paese.

D’altro canto, la diminuzione del potere di acquisto pesa ancora sulle famiglie italiane, che hanno ridotto le richieste di finanziamenti per l’acquisto di abitazioni.

Inoltre, tra le famiglie le disuguaglianze aumentano, quelle con minor capacità di spesa avevano sperimentato un impatto più significativo dell’aumento dei prezzi: nel picco dell’autunno 2022, per loro l’inflazione era di quasi il 9% superiore rispetto alle famiglie con redditi più alti.

Le banche italiane

In questo scenario complesso occorre, comunque, far notare che le nostre banche sono nelle condizioni di garantire le risorse necessarie, affinché quest’anno, l’erogazione di credito ricominci a crescere.

Il “Non Performing Loan ratio”, al lordo degli accantonamenti, secondo le rilevazioni EBA è sceso ulteriormente ed era pari al 2,4% a settembre 2023, e si colloca ben al di sotto del target prudenziale del 5%.

Le banche italiane, negli anni recenti, hanno migliorato i requisiti di capitale, la qualità dei crediti in portafoglio, la redditività e possono fare leva su livelli di liquidità ben superiori ai requisiti regolamentari, pronti ad essere impiegati per finanziare famiglie ed imprese, a beneficio di una crescita economica più equa e sostenibile.

I numeri dicono che per i nostri istituti, a settembre 2023, gli indicatori di liquidità a breve e lungo termine erano pari al 170% per il Liquidity Coverage Ratio (LCR) ed al 131% per il Net Stable Funding Ratio (NSFR), secondo EBA.

Questi livelli dovrebbero permettere di gestire senza particolari preoccupazioni le prossime scadenze del TLTRO in particolare quelle di marzo e giugno prossimi.

Le banche italiane presentano, altresì, un funding mix più diversificato, in cui i depositi di famiglie e imprese rappresentavano, secondo la BCE, circa il 60% della raccolta totale, a settembre 2023 (ben superiore alla media europea del 52%), con la componente più stabile, quella retail, pari al 40% (versus 34% medio in Europa).

Questa solidità di fondo ci ha permesso di rimanere indenni alle crisi che, nei primi mesi del 2023, hanno portato:

  • negli Stati Uniti, al fallimento di Silicon Valley Bank e di altre banche regionali minori,
  • in Svizzera, al salvataggio, repentino ed anche un po’ “affannoso” del Credit Suisse.

Le difficoltà degli istituti regionali americani hanno messo alla prova ancora una volta l’importanza e l’efficacia della gestione della liquidità e del rischio di tasso di interesse.

Solo l’intervento della Federal Reserve, che in qualità di prestatore di ultima istanza, ha immesso nel sistema più di 300 miliardi di dollari, ha evitato il contagio sistemico, ma permangono rischi latenti che non sono stati ancora risolti.

Ad esempio, secondo la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), le perdite non realizzate sui portafogli titoli delle banche statunitensi ammontavano a quasi $700 miliardi nel terzo trimestre 2023, solo in parte coperte da riserve e comunque pari a circa un quarto dell’equity totale del sistema bancario USA.

Inoltre, l’esposizione ai prestiti per immobili commerciali rappresenta un potenziale rischio, soprattutto e ancora per le banche regionali, che dedicano circa il 29% dei loro attivi a questo settore, contro il 6,5% per quelle di maggiore dimensione.

Nei giorni scorsi una banca regionale statunitense – la NY Community Bancorp – ha visto il proprio valore di borsa dimezzarsi dopo aver comunicato l’innalzamento degli accantonamenti per possibili perdite da prestiti legati al settore immobiliare. Questa banca e tutto il settore del lending al Commercial Real Estate continuano ad essere osservati speciali.

Al contrario le banche italiane si sono dimostrate più resilienti e – permettetemi di dire – meglio gestite.

Il sistema bancario italiano e quello europeo nel loro complesso sono, infatti, riusciti a far fronte in maniera più efficiente al peggioramento delle condizioni di liquidità e di funding.

Questo ha evitato che si verificassero i fenomeni che hanno pesantemente impattato il settore delle banche regionali americane: cioè,

  • un rapido ed eccezionale deflusso di liquidità dai depositi bancari,
  • e la necessità di liquidare in perdita asset, sia pur di alta qualità (titoli di stato del Tesoro americano),

dovuti ad una gestione “dilettantesca”, “absit iniuria verbis”, del rischio di tasso di interesse.

Il settore bancario italiano si presenta – pertanto – resiliente e ben posizionato per aiutare il nostro Paese ad affrontare le sfide con cui ci dovremo confrontare, nel nuovo anno.

Tra le challenge più pressanti vi è la necessità di tornare a crescere in maniera consistente e robusta, affinché l’Italia possa continuare a competere con successo nei mercati globali e per cogliere pienamente le opportunità create dalle transizioni green e digitali.

Non è un caso che la tavola rotonda di oggi pomeriggio si concentrerà sui temi della competitività e della crescita.

Se è vero che le banche italiane sono pronte a impegnarsi per sostenere questa crescita, è però vieppiù necessario che il quadro normativo e di sorveglianza non crei ulteriori e più pesanti vincoli alle attività di finanziamento dell’economia reale ed all’operatività sui mercati dei capitali.

Normativa di Basilea

L’evoluzione della normativa di Basilea, la cui adozione nell’Unione Europea è prevista nel corso del 2025, costituirà un’ulteriore punto di attenzione per i nostri istituti.

La nuova regolamentazione comporterà, infatti, ceteris paribus, maggiori assorbimenti di capitale, a seguito delle modifiche richieste nelle regole di misurazione delle attività ponderate per il rischio (Risk Weighted Assets).

L’esatta misura è in via di definizione, riguarderà differentemente le singole banche, ma si presenta potenzialmente rilevante (per alcuni business parliamo di impatti dell’ordine del 20/30%).

In questa fase congiunturale critica, un aggravio nei requisiti patrimoniali delle banche, potrebbe condizionare sia l’operatività sui mercati sia le politiche creditizie.

Da un lato l’introduzione della normativa FRTB, (Fundamental Review of Trading Book) solleva preoccupazioni: l’inasprimento dei requisiti patrimoniali a fronte del rischio di mercato – per le grandi banche europee stimata in circa il 30% – può avere importanti implicazioni sull’operatività di trading.

Si teme una possibile ulteriore riduzione dell’attività di market making, cioè dell’attività di sostegno ai clienti istituzionali e ai mercati, svolta facendo leva sull’impiego di bilancio.

Dal lato dell’erogazione del credito, le nuove normative di Basilea sembrano, invece, spingere le banche europee verso un modello “asset light”, in cui gli intermediari devono originare, e, in parte, cercare di distribuire gli asset, per alleviare i crescenti requisiti di capitale.

Questo è un modello più vicino a quello che caratterizza storicamente il mondo anglosassone. Ma ricordiamo che il modello di finanziamento dell’economia reale europea si basa per il 77% sul sistema bancario e per il 23% sul mercato dei capitali, cifre che sono esattamente all’opposto per quel che riguarda l’economia americana, dove prevale nettamente la componente “Capital Markets”.

Potendo fare leva su un mercato domestico liquido e molto redditizio, con caratteristiche oligopolistiche, le banche americane riescono ad avere le dimensioni e la presenza globale che gli consente di dominare i business del Capital Markets e dell’Investment Banking anche in Europa!

Per citare numeri forniti da Oliver & Wyman, circa il 60% del mercato dei servizi di Capital Markets ed Investment Banking per le Financial Institution, era appannaggio delle banche di matrice anglosassone, nell’Eurozona nel 2022.

Sono temi di estrema complessità, ma ci sembra evidente che tutto concorre a creare un contesto meno favorevole per gli intermediari italiani ed europei.

Ed è altresì evidente che queste tendenze favoriscono il ricorso, da parte delle imprese europee al finanziamento sui “mercati dei capitali privati”.

Il che non è necessariamente da considerarsi una evoluzione negativa, ma il ricorso a finanziamenti esterni al sistema regolamentato, da parte di soggetti creditizi meno trasparenti e con minori requisiti di capitale, comporta, in un contesto del genere, crescenti rischi sistemici.

L’urgenza di un intervento, da parte dei regolatori, emerge chiaramente dalla straordinaria dimensione degli attivi finanziari detenuti dalle “Non banking Financial Institutions”, in termini gergali gli operatori del cosiddetto “shadow banking”.

Questi sono valutati in circa 218 trilioni di dollari, pari al 47% del totale globale degli attivi, come indicato da un recente report del Financial Stability Board.

Capital Markets Union

Affinché gli istituti italiani, ed europei, possano affrontare il nuovo contesto di mercato e normativo, provvedendo al necessario finanziamento dello sviluppo dell’economia europea – lo ribadiamo con forza anche quest’annoè condizione necessaria fare importanti progressi verso un vero e proprio “Single Capital Market” Europeo.

Il Governatore Fabio Panetta, in un recente speech per i 10 anni dall’adesione della Lettonia all’Euro, ha definito con grande chiarezza, e con dovizia di particolari tecnici, quali sono i due pilastri sui quali si dovrebbero fondare gli sviluppi della Unione dei Mercati dei Capitali europei:

  • l’emissione a livello europeo di titoli sovrani privi di rischio;
  • il completamento dell’Unione Bancaria.

Sono evidentemente due temi di grande rilevanza tecnica, dalle evidenti implicazioni politiche, e dobbiamo riporre le speranze sulla nuova Commissione ed il nuovo Consiglio Europeo, che si formeranno a seguito della prossima tornata elettorale per il Parlamento Europeo.

Siamo convinti che i lavori per la Capital Markets e Banking Union debbano andare avanti in parallelo e come sistema finanziario è importante fornire il nostro apporto su temi specifici che possono contribuire a completare i mercati.

Ad esempio, a legislazione vigente, sarebbe possibile promuovere lo sviluppo di un mercato più liquido ed efficiente per le cartolarizzazioni in Europa.

La cartolarizzazione, e in particolare quella dei portafogli dei prestiti alle imprese, per sua natura garantisce alle banche di liberare capitale aggiuntivo, da utilizzare per incrementare i finanziamenti.

Lo sviluppo del mercato dovrebbe essere facilitato da schemi di garanzia pubblica, a copertura del rischio di prima perdita.

L’effetto benefico di questi interventi abbiamo potuto osservarlo nello schema delle GACS, che hanno favorito la riduzione dei “Non Performing Loans”, a beneficio di tutto il sistema bancario italiano, e da quello proposto da Banca Europea degli Investimenti e Fondo Europeo per gli Investimenti (BEI/FEI) con le risorse messe a disposizione dal Pan-European Guarantee Fund.

La necessità di procedere speditamente verso il completamento della Capital Markets Union è confermata da alcuni indicatori relativi all’Integrazione Finanziaria nell’area dell’euro.

In uno studio della BCE dell’aprile del 2022, si evidenzia come due indicatori di prezzi e di quantità evidenzino chiaramente come l’integrazione finanziaria sia al 51% e al 27% rispettivamente, versus un livello pari al 100% per i mercati USA.

Eppure, l’economia dell’Unione Europea è comparabile per dimensioni a quelle degli Stati Uniti, ma al contrario, la capitalizzazione dei mercati europei è notevolmente inferiore: pari a solo il 66% del PIL dell’Eurozona, rispetto al 188% per quella americana.

Di conseguenza, il peso dei listini europei sulla capitalizzazione globale è pari a solo il 13%, mentre le borse americane ne rappresentano il 50%.

Purtroppo, andiamo in senso contrario; la raccolta di capitale attraverso IPO è drasticamente diminuita nel 2023, non solo a causa di fattori contingenti: è in atto una chiara tendenza, che vede un aumento del numero delle società europee interessate a quotarsi all’estero.

Tra le motivazioni di fondo di questa tendenza vi è il potenziale di una raccolta superiore e di una crescita maggiore delle valutazioni nei mercati statunitensi, che beneficiano di un ampio pool di capitali di investitori internazionali.

L’importanza della scala sui mercati dei capitali è più rilevante che mai, ma i mercati europei rimangono estremamente frammentati.

La liquidità è divisa sulle singole borse nazionali, rendendole meno competitive e attraenti: manca, in buona sostanza, l’infrastruttura che consenta alle aziende europee di raggiungere la massa critica necessaria per competere a livello globale.

Europa

Questi temi sono ormai diventati cruciali per l’agenda europea.

A 30 anni dall’istituzione del mercato interno e a 25 anni dall’entrata in vigore dell’euro, è giunto il momento per l’Unione Europea di accelerare le necessarie trasformazioni strutturali, per garantire una crescita robusta e sostenibile nel lungo periodo.

Sui temi della “competitività e della crescita” e della “Capital Markets Union” sono in corso approfondimenti specifici – richiesti dalla Commissione Europea, ed affidati, tra l’altro, a due illustri italiani; come operatori dei mercati stiamo collaborando attivamente per la buona riuscita di tali iniziative.

Per quel che concerne la transizione digitale siamo già positivamente colpiti dal fatto che l’Europa abbia già acquisito una posizione di leadership nella definizione di norme sulla digitalizzazione del sistema finanziario: attraverso il Digital Finance Package – che include il regolamento sull’intelligenza artificiale – il Pilot Regime e il MICAR (Markets in Crypto-Assets Regulation).

Ieri abbiamo avuto anche il piacere di avere un aggiornamento autorevole sull’euro digitale da parte del Dott. Piero Cipollone, membro del Comitato Esecutivo della BCE.

La realizzazione dell’euro digitale sarà un importante passo verso l’integrazione dei mercati finanziari e dei sistemi di pagamento, e siamo convinti che rafforzerà, a sua volta, il ruolo della nostra valuta quale riserva di valore internazionale.

Come ha ricordato lo stesso Governatore Fabio Panetta – in occasione della conferenza prima citata – riguardo al ruolo dell’euro a livello internazionale;

“Gli obiettivi e le implicazioni della moneta unica vanno ben oltre la sfera monetaria. Il successo dell’euro come valuta di riserva internazionale influenza il ruolo dell’Europa nel panorama economico e finanziario mondiale; incide sulla nostra collocazione geopolitica, sulla nostra autonomia strategica”.

I temi chiave per Assiom Forex

Concludo ricordando come negli ultimi anni, abbiamo affrontato moltissime sfide, alcune delle quali inaspettate ed imprevedibili, che hanno introdotto un’elevata complessità nel contesto lavorativo, oltre che nelle nostre vite.

Con orgoglio, guardando al bilancio degli ultimi 5 anni, osservo come le banche e gli operatori finanziari italiani abbiano affrontato queste sfide, uscendone più resilienti e rafforzati.

Credo che ciò sia stato possibile anche grazie al grande apporto dei nostri oltre 1.000 soci, professionisti esperti e competenti, capaci di cogliere le opportunità emergenti, promuovendo così lo sviluppo dei mercati finanziari e dell’economia del Paese.

Assiom Forex ha contribuito a questo processo garantendo, in questi anni, una offerta formativa di eccellente qualità, affidata a esperti del settore, con conoscenze specialistiche sulle tematiche chiave della nostra industria.

Per il futuro, auspico, comunque, un’ulteriore evoluzione del mondo associativo verso una maggiore scala dimensionale, sostenuta da una crescente integrazione e collaborazione.

Questo percorso, in linea con le trasformazioni nel settore bancario, consoliderebbe l’autorevolezza dell’Associazione, rafforzando il nostro ruolo come interlocutori privilegiati delle Autorità di Vigilanza e del mercato, sia a livello italiano che europeo.

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