Perché il Capodanno cinese è un affare internazionale

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di Federico Morgantini 3 Febbraio 2017 | 15:11

Lo scorso venerdì 27 gennaio era l’ultimo giorno dell’anno cinese e l’inizio delle “Spring Festival”, periodo di una settimana di vacanza nazionale in tutta la Cina.

Circa 200 milioni di cittadini si sono messi in viaggio per tornare dalla famiglie o per fare turismo …un esodo!

Quest’anno, secondo fonti governative locali, sono ben 6 milioni i cinesi che stanno sfruttando la vacanza per andare all’estero.

Benché abbiano vicino spiagge paradisiache come Phuket o Boracay, i cinesi “con i soldi” preferiscono i paradisi dello shopping e della cucina.

Infatti amano molto poco il mare e l’abbronzatura, mentre adorano comprare e mangiare.

Così le mete più gettonate sono Seoul, Tokio, Hong Kong, Parigi, Londra e anche Milano, mentre trovano lontano gli USA [tra Shanghai e New York ci sono 13 ore di fuso orario].

Ma perché i cinesi comprano così tanto quando viaggiano?

I motivi sono principalmente due: il prezzo e l’ampiezza dell’offerta.

Una borsa di Prada che a Milano costa 1.000 euro a Shanghai costa da 1.500 a 1.800 euro per via del viaggio, dei dazi, delle tasse sul lusso, della remunerazione dell’importatore, degli affitti dei negozi negli shopping mall e dei costi di comunicazione in loco.

Allo stesso tempo, per ogni prodotto importato, dalla moda al cibo, sono richieste decine di pratiche, analisi, etichette in cinese, ecc.; così molte aziende internazionali distribuiscono in Cina solo una piccola parte dei propri cataloghi.

6 milioni di “ricchi” cinesi dalla carta di credito facile e la fretta di comprare il più possibile creano un fenomeno economico non indifferente.

Worldpay, uno dei principali sistema di incasso dei negozi londinesi, prevede che lo Spring Festival cinese porterà in città un incremento del giro d’affari di oltre 11 Milioni di Sterline (12. Milioni di Euro).

Addirittura a Londra c’è chi incassa in RMB o con Alipay [l’equivalente cinese di PayPal].

E la ricaduta non è solo monetaria, ma ha varie sfaccettature.

Ad esempio a Milano in questo giorni le interpreti cinesi si sono tutte trasformate in “personal shopper” e le boutique hanno incrementato il numero di commesse.

Grande lavoro anche per gli uffici doganali e le agenzie per il Tax Refund, che negli aeroporti vedono code di ore.

Addirittura gli alberghi hanno messo nelle camere i Dry Noodles per accontentare la clientela prevalentemente cinese di questi giorni.

Finita la festa e tornati in patria, per i cinesi rimangono i siti di “cross-border e-commerce” a soddisfare la voglia di prodotti stranieri peculiari e a buon mercato.

Infatti ormai sono molti gli operatori digitali che permettano ai Cinesi di comprare all’estero, con la spedizione transfrontaliera regolamentata da speciali leggi che lasciano comunque una buona competitività al business model.

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