XiaoMi, la Apple cinese, fa il salto di qualità

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di Federico Morgantini 1 Marzo 2017 | 12:06

XiaoMi Boss XiaoMi è stata la stella indiscussa delle cronache tecnologiche cinesi nel 2015, quando l’azienda veniva definita la “Apple cinese” per tasso di innovazione e design messo nella sua ampia famiglia di prodotti tecnologici (dagli smartphone ai monopattini elettrici) e raccoglieva investimenti miliardari.

Poi, però, l’entusiasmo si è ridimensionato quando le scelte di marketing fatte non hanno premiato.

Infatti l’azienda si è posta nella fascia di mercato medio-bassa, con un margine primario risicato, e ha investito moltissimo nella progettazione e produzione di molti prodotti differenti.

Questo ha portato a bilanci disastrosi che hanno offuscato l’azienda.

Però, in realtà, ha portato anche a un boom della clientela. Non a caso XiaoMi nel 2016 è stato il 7 produttore di smartphone al mondo con 61 milioni di pezzi, a un passo dal sesto (ZTE con 61.9 milioni) e in Cina è diventato uno dei marchi più noti.XiaoMi Shop

Il grande ritorno alla ribalta delle cronache è di martedì scorso (28 febbraio), con l’annuncio di un salto di qualità non da poco.

In una conferenza a Pechino, il CEO Lei Jun ha presentato il nuovo smartphone Mi 5C basato su il processore “Sure S1” di produzione propria.

Fino a martedì, nel mondo erano solo Samsung, Apple e Huawei a prodursi il cuore dei propri prodotti in autonomia, oggi c’è anche XiaoMi. Questo fa comprendere il salto fatto dall’azienda.

Lei Jun ha spiegato la complessità i 28 mesi necessari per raggiungere l’obiettivo, ringraziando formalmente il governo della municipalità di Pechino per l’importante contributo finanziario dato al progetto.

Il finanziamento pubblico è in linea con la volontà politica cinese di supportare l’industri dei chip, a livello locale e nazionale, per arrivare a una sempre maggiore indipendenza tecnologica dal esto del mondo.
In realtà, indipendenza anche economica, visto l’incredibile dato del 2014, quando la Cina ha speso oltre 200 miliardi di USD per l’importazione di chip, più di quanto ha speso nello stesso periodo per l’importazione di petrolio.

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