Banca popolare di Bari: cessioni, cavaliere bianco o spezzatino?

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di Luca Spoldi 23 Gennaio 2019 | 17:51

Anche a Bari si valutano aggregazioni

Anche Banca popolare di Bari starebbe cercando un’altra banca popolare del Sud con cui procedere ad un’integrazione, come strategia per uscire dalla crisi che pesa sull’istituto. Lo riferisce l’agenzia Reuters citando “due fonti vicine alla situazione” e ricordando come la banca che fa capo alla famiglia Jacobini è da tempo considerata dal mercato un possibile ulteriore focolaio di crisi.

Banca popolare di Bari studia scorporo Npl

La stessa Banca popolare di Bari già nel bilancio 2017 parlava del resto di “elevata e oggettiva difficoltà nel reperire nuove risorse finanziarie”. Nel frattempo l’istituto starebbe cercando di scorporare e conferire ad un veicolo finanziario ad hoc i propri crediti deteriorati: a fine giugno 2018 le sofferenze nette erano pari a 457 milioni su 8,5 miliardi di impieghi totali (il 5,35%).

Crediti deteriorati lordi per oltre 2,5 miliardi

I crediti deteriorati netti (Npl) erano invece pari al 18,4% e quelli lordi a quasi un quarto del totale: 2,57 miliardi contro 7,04 miliardi di crediti “in bonis”. Se non si troverà una soluzione rischia di essere molto difficile per l’istituto procedere con la prevista trasformazione in Spa, tanto più che gli scambi sia sui titoli azionari (quotati sul “mercatino” Hi-Mif) sia sui bond sono esigui per non dire inesistenti nonostante le quotazioni azionarie siano già calate del 40% dai livelli a cui venne effettuato l’aumento da 350 milioni del marzo 2017.

Cessioni, ricapitalizzazioni o spezzatino

Ora l’istituto dovrebbe procedere a una ulteriore ricapitalizzazione da 300 milioni di euro più un’emissione di bond subordinati per almeno 200 milioni. Ma se le difficoltà permarranno e non si troverà un “cavaliere bianco” (del Sud o meno che sia), anche per Banca popolare di Bari potrebbero tornare d’attualità ipotesi di “spezzatino” che non siano circoscritte ai soli Npl e consentano eventualmente di ridurre l’attivo sotto la soglia rilevante di 8 miliardi di euro di attivo che fa scattare la sorveglianza da parte della Vigilanza Bce.

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