Globalizzazione ha favorito l’epidemia da coronavirus?

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di Luca Spoldi 27 Febbraio 2020 | 14:38

Ibl: globalizzazione non ha favorito epidemia

Le previsioni di un impatto economico più o meno ampiamente negativo legato al diffondersi in tutto il mondo dell’epidemia da coronavirus ha portato alcuni commentatori a sostenere la tesi che la globalizzazione ossia la libera circolazione internazionale di merci e persone, sarebbe la causa ultima dell’epidemia, ma è proprio così? No, come hanno cercato di spiegare Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni.

Nella storia molti casi di epidemie mondiali

Anzitutto, ricordano i due esperti, se anche il coronavirus dovesse diventare un’epidemia mondiale non sarebbe né la prima né verosimilmente l’ultima volta che il mondo si trova ad affrontare una simile emergenza. L’influenza spagnola ad esempio impiegò circa due anni (dal 1918 al 1920) a raggiungere la massima estensione per poi sparire, facendo nel frattempo circa 100 milioni di vittime, mentre la peste nera comparve in Cina nel 1346 e colpì il mondo conosciuto nel quinquennio successivo, causando la morte di circa 10 milioni di persone, con ulteriori ondate nel corso dello stesso secolo.

La società aperta non favorisce la diffusione del virus

Malattie ad alto grado di trasmissibilità esistono ben da prima della globalizzazione, ma rispetto ai secoli scorsi siamo più pronti ad affrontare il pericolo, anche grazie alla condivisione pressoché in tempo reale di dati e risultati delle ricerche effettuate in diversi paesi al mondo (cosa per cui dobbiamo ringraziare la globalizzazione). La diffusione dell’epidemia non è poi facilitata dalla “società aperta” contemporanea, semplicemente perché il contagio esiste in quanto esiste la vita associativa. Semmai la società aperta garantisce che tutti gli strumenti a disposizione siano sfruttati per combattere un virus la cui diffusione iniziale è stata favorita proprio dall’atteggiamento dirigistico e chiuso ad ogni confronto con l’esterno del governo cinese.

Impatto economico riorganizzerà filiere produttive

L’impatto del coronavirus sarà sicuramente cospicuo, anche se è ancora presto per dire concretamente a quanto sarà pari: l’Fmi ha tagliato dello 0,1% la previsione di crescita del Pil mondiale di quest’anno (dello 0,4% quella circa la crescita del Pil cinese), altri previsori come Oxford Economics arrivano a stimare un rallentamento della crescita mondiale tra lo 0,5% e l’1,3%. Il costo complessivo dipenderà dal costo diretto delle misure di contenimento del virus, dalla sospensione o rallentamento della produzione di molte filiere produttive a causa dell’emergenza e dalla frenata dei consumi cinesi (e non solo). E’ tuttavia probabile che a medio termine le aziende riescano ad adeguare i propri processi produttivi grazie al trasferimento dei loro fornitori tradizionali (o all’apertura di nuovi fornitori) in altri paesi meno a rischio.

Evitare ogni controllo dei prezzi, è controproducente

Infine, concludono gli esperti dell’Istituto Bruno Leoni, i fenomeni di aumento dei prezzi di prodotti come respiratori individuali e disinfettanti: 1) porterà a chi non ne ha un reale bisogno a rinunciare all’acquisto, calmierando la domanda 2) una parte della maggiore domanda è legata al panico e dunque l’aumento dei prezzi evita che tali risorse vengano sprecate da persone che non ne hanno bisogno 3) i maggiori prezzi indurranno i produttori ad aumentare la produzione di queste risorse, soddisfacendo la domanda e riportando i prezzi alla normalità. E’ dunque bene, concludono Mingardi e Stagnaro, che la politica non interferisca con questo meccanismo, dato che politiche di controllo dei prezzi finiscono sempre col generare scarsità. Ossia generano l’effetto opposto a quello sperato. Le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, del resto.

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