Covid-19: quale sarà la nuova “normalità” post pandemia?

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di Luca Spoldi 20 Marzo 2020 | 11:28

Covid-19 cambierà il concetto di normalità?

Con l’epidemia da Covid-19 che ha portato le autorità italiane a livello centrale e locale ad adottare provvedimenti di restrizione delle libertà personali, a partire dalla possibilità di uscire di casa e socializzare, in molti si domandano quando tutto questo finirà e si tornerà alla normalità. Ma più di un esperto inizia a sospettare che la domanda sia sbagliata e non sia un problema di “quando” ma di “se”. Il concetto stesso di “normalità” appare infatti destinato a cambiare almeno per un periodo di tempo discretamente lungo anche se sperabilmente non per sempre.

Lo studio dell’Imperial Collage

In Gran Bretagna, dove da oggi le scuole sono chiuse ma ancora molta gente esce di casa non solo per stretta necessità (come fino a pochi giorni fa si faceva e in parte si continua a fare in Italia), un gruppo di epidemiologi dell’Imperial College guidato da Neil Ferguson ha ad esempio simulato l’evoluzione dell’epidemia ipotizzando scenari diversi a seconda delle strategie di contrasto predisposte. Risultato: solo una lunga quarantena dell’intera popolazione, combinata con la chiusura di scuole e delle università e il contemporaneo isolamento dei casi sospetti e delle loro famiglie, si può sperare di ridurre il numero di decessi ed evitare il collasso del sistema sanitario.

Quarantene e lockdown ripetuti nel tempo

A smorzare i facili entusiasmi, gli autori ritengono che simili misure dovrebbero restare in vigore finché non sarà disponibile un vaccino (non prima di 18 mesi, secondo i ricercatori). Ogni allentamento delle restrizioni prima che l’epidemia sia completamente debellata consentirebbe infatti al virus di diffondersi di nuovo. Il costo sociale ed economico di bloccare un paese per 18 o più mesi è evidentemente troppo alto, tanto che gli stessi autori suggeriscono di adottare quarantene di massa “solo” ogni qual volta che i reparti di terapia intensiva finiscono sotto tensione, allentando le misure quando i picchi pandemici passeranno.

Tracciare i soggetti a rischio contagio

Per essere efficaci secondo gli autori i “lockdown” (lo stop di scuole, negozi e attività non essenziali, come in Italia in questi giorni, ndr) dovrebbero complessivamente durare due terzi del tempo necessario a trovare un vaccino efficace, quindi nel complesso 12 mesi su 18, ad esempio con due mesi di lockdown intervallato da un mese di ripresa delle attività. Per cercare di rendere più efficaci i lockdown e quindi consentire maggiori intervalli tra uno e l’altro (o una minore durata dei singoli lockdown) si dovrà poi fare ricorso a tecniche di tracciamento aggressivo delle persone a rischio contagio, come fatto in Corea del Sud, Singapore e Taiwan.

Il problema della privacy

Una tecnologia che anche in Italia, come ricordava su Twitter qualche giorno fa l’economista Carlo Alberto Carnevale Maffè, era stata suggerita al governo all’inizio della pandemia ma è finora stata scartata per problemi legati alla privacy. Al riguardo non vanno sottaciuti i pericoli connessi al tracciamento prolungato nel tempo con le autorità sanitarie che si troverebbero a dover condividere i dati del sistema di monitoraggio con altri soggetti pubblici e privati (ad esempio aerolinee, sistemi di trasporto o di accesso a club, palestre, ristoranti e altri luoghi pubblici). Potremmo dunque dover accettare misure simili, ma più stringenti, di quelle antiterrorismo con cui peraltro conviviamo ormai da una ventina d’anni.

Il costo lo pagheranno i più deboli

Il rischio di simili scenari apocalittici è che tutti coloro che non possono avere accesso o hanno un accesso limitato al sistema sanitario (si pensi al caso americano, ma non solo) vengano discriminati è evidentemente elevato. In ogni caso il costo della pandemia rischia di essere sopportato, in assenza di specifiche politiche di contrasto, dalle fasce sociali più deboli, con lavoratori precari ancora più precari, immigrati che troverebbero barriere ancora più alte per integrarsi, nazioni che tornerebbero a chiudere i propri confini nell’illusoria convinzione di poter contenere la pandemia (ormai mondiale).

Per ora solo scenari, ma il rischio è reale

Siamo ancora alla fase degli scenari e quello descritto sopra è uno dei peggiori: è dunque possibile che eventi esogeni (mutazioni del virus che lo rendano meno aggressivo) o endogeni (lo sviluppo di vaccini, l’utilizzo di tecniche di tracciamento dei contatti e monitoraggio porta a porta) consentano di evitare il peggio. Ma per il ritorno alla “normalità” non basteranno poche settimane e forse neppure alcuni mesi. Sperando che bastino pochi anni. Come ricordato, le misure antiterrorismo sono ormai parte della nostra vita quotidiana da 20 anni e molti ragazzi neppure sanno immaginare un mondo senza di esse, come invece si ricorda chiunque ha più di 30 anni.

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