Emergenti, tutti i presupposti per una crescita stabile

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di Finanza Operativa 24 Maggio 2017 | 14:30

A cura di Maarten-Jan Bakkum, Senior Strategist Emerging Markets di NN Investment Partners
Dopo anni di fuga di capitali, condizioni della politica economica in peggioramento e alto rischio politico, tutto è relativamente tranquillo nei Mercati Emergenti. Per un po’ è sembrato che le ambizioni protezionistiche del presidente Trump fossero un bastone fra le ruote, ma anche questo rischio è in gran parte scomparso. Da inizio anno, i Mercati Emergenti stanno attraendo flussi record di nuovi capitali e sia l’azionario che l’obbligazionario stanno performando bene. Chiaramente ci sono alcune considerazioni da fare, per esempio relativamente al sentiment nella Turchia di Erdogan o all’aumento del rischio di rallentamento delle politiche  del governo in Sud Africa, ma questi problemi non varcano i confini dei rispettivi stati, e di per sé non sono sintomatici di una tendenza più ampia che riguarda tutti gli Emergenti.
Ci sono tre chiare differenze tra le circostanze attuali e quelle che hanno caratterizzato il periodo compreso fra il 2010 e il 2015, quando la volatilità nei Mercati Emergenti era alta e i prezzi per la maggior parte erano scesi.
Primo: la Cina. Per ora le autorità cinesi sono riuscite a mettere un freno alle fughe di capitali più consistenti e a stabilizzare la crescita economica. L’importanza della Cina per i Mercati Emergenti difficilmente può essere sovrastimata. Per la maggior parte di questi paesi, infatti, la Cina è il principale partner commerciale e l’impatto della sua domanda sui prezzi delle commodity è particolarmente rilevante in questo contesto. Quando il Renminbi ha cominciato a indebolirsi nel 2015 e gli investitori hanno iniziato a preoccuparsi della sostenibilità del modello di crescita cinese trainato dall’indebitamento, la pressione sui Mercati Emergenti è aumentata drammaticamente.
Ora però la Cina sembra rappresentare un rischio minore per gli Emergenti. Questo rischio potrebbe essere ridotto ulteriormente se le autorità continueranno le loro recenti politiche di forte regolazione dei prestiti da parte delle shadow-bank. È ancora troppo presto per stabilire se il rischio sistemico cinese è diventato gestibile e se la crescita economica del paese stia diventando meno dipendente dal debito. Tuttavia, non possiamo semplicemente ignorare il fatto che il governo di Pechino si sta muovendo nella direzione giusta.
La seconda differenza è lo slancio delle riforme nel mondo Emergente. Non stiamo improvvisamente assistendo a un’ondata di riforme significative in molti paesi, ma al momento le condizioni sono migliori rispetto agli anni dopo il 2010, quando vi era un chiaro trend negativo verso politiche economiche interventiste con deficit di bilancio in rapida crescita. Al momento uno dei pochi paesi in cui rileviamo segni di peggioramento è la Turchia. Almeno cinque paesi (Argentina, Brasile, Egitto e Indonesia) stanno attualmente perseguendo un potenziale percorso di riforme. Di conseguenza, gli squilibri si stanno riducendo e le prospettive di crescita sono in miglioramento: non solo in questi cinque paesi, ma anche nel mondo degli Emergenti nel suo complesso.
La terza e più tangibile differenza è il miglioramento dello slancio della crescita. La crescita economica nel mondo degli Emergenti è ancora bassa (4,5%) rispetto a quella degli anni d’oro che hanno preceduto la crisi Lehman, ma le cifre sono andate migliorando per oltre un anno. A patto che questo trend continui – cosa piuttosto probabile considerata l’aumento della crescita del commercio globale e il miglioramento negli afflussi di capitale – è probabile che tutto rimanga relativamente tranquillo nel mondo degli Emergenti.

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