Perché la Cina è fuori dagli indici obbligazionari globali?

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di Finanza Operativa 15 Giugno 2017 | 13:00

Nei prossimi due anni il mercato obbligazionario cinese potrebbe giocare un ruolo più importante nei portafogli obbligazionari globali. “E’ abbastanza bizzarro che sul mercato obbligazionario globale la Cina, come terzo mercato, non sia attualmente presente in nessuno degli indici più importanti. Il motivo è che il mercato obbligazionario interno cinese fino a pochi anni fa era ancora chiuso agli investitori internazionali “, spiega Fran Rodilosso, CFA e Head of Fixed Income ETF Portfolio Management di VanEck. Tuttavia,  grazie ad una liberalizzazione accorta e duratura, la situazione per le obbligazioni sovrane cinesi dovrebbe presto cambiare: le conseguenze potrebbero essere notevoli anche per gli indici dei paesi emergenti e per le posizioni nei diversi fondi.
Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) (dati al: 30/09/2016) il mercato obbligazionario cinese avrebbe un valore di circa 9 trilioni di dollari statunitensi, arrivando quindi a rappresentare il terzo mercato dopo gli USA (USD 37 trilioni) e il Giappone a (USD 14 trilioni). L’esperto precisa: “Solo di recente l’indice Bloomberg Global Aggregate + China ha incluso obbligazioni sovrane cinesi e obbligazioni delle tre banche di Stato per un valore di 2,5 trilioni di dollari statunitensi, ammontare che corrisponde al 5% dell’indice. “La ponderazione sarebbe simile anche nel caso di inserimento di questi asset nell’indice World Government Bond di Citigroup.
Quali passi ha fatto la Cina, per liberalizzare il suo mercato obbligazionario? Negli ultimi anni la Cina ha compiuto qualche passo avanti verso l’apertura del suo mercato obbligazionario interno agli investitori stranieri. Il primo risale al 2002 con il Programm for Qualified Foreign Institutional Investors (QFII). A questo seguì nel 2011 il programma RMB Qualified Foreign Institutional Investor (RQFII). “Entrambi questi provvedimenti consentono agli investitori istituzionali, in possesso di determinate qualifiche, di investire nel mercato obbligazionario interno cinese. Dal 2012, infatti, gli investitori che abbiano ottenuto un accesso al mercato attraverso questi due programmi, possono acquistare obbligazioni sia attraverso la borsa, sia sul mercato obbligazionario interbancario, più ampio e più liquido, – a condizione di ulteriori criteri e permessi “, spiega Rodilosso.
Ulteriori progressi sarebbero stati compiuti quando, nel 2016, agli investitori stranieri istituzionali è stato permesso di accedere direttamente anche al mercato interbancario mediante un nuovo procedimento di registrazione. L’anno successivo hanno poi ottenuto anche la possibilità, di assicurarsi contro rischi valutari nel mercato interno dei derivati. Infine è stato da poco approvato il programma detto Bond Connect che consentirà agli investitori stranieri di acquistare obbligazioni cinesi attraverso un collegamento con Hong Kong.
Secondo l’esperto l’apertura del mercato obbligazionario cinese agli investitori stranieri rappresenterebbe una priorità assoluta per il governo cinese. Quest’apertura sosterrebbe inoltre l’internazionalizzazione del renminbi, offrendo così un’alternativa a modalità di finanziamento interne. I flussi di capitale attesi da parte di investitori stranieri, orientati sul lungo periodo, potrebbero così bilanciare la pressione causata dal deflusso di capitali nazionali.
 Cosa ostacola dunque l’ingresso della Cina? Nonostante i progressi fatti nell’apertura del mercato, ci sono ancora alcuni nodi da sciogliere, che impediscono l’ingresso della Cina negli indici obbligazionari globali. “In particolare esistono ancora ostacoli operativi. Da una parte agli investitori serve una banca depositaria locale in Cina, dall’altra il processo di registrazione resta lungo e difficile “, spiega Rodilosso. Anche l’accesso a strumenti assicurativi locali dovrebbe essere reso più semplice. Un ulteriore problema è poi rappresentato dalle regole fiscali tutt’altro che trasparenti.
Investitori e fornitori di indici hanno bisogno soprattutto della garanzia che i progressi, specialmente quelli fatti negli ultimi due anni, non vengano annullati. In particolare in un contesto di mercato nervoso si temono forme di controllo sui capitali.
L’influenza della Cina sui paesi emergenti. L’ingresso negli indici globali appare inevitabile. Il flusso di capitali dai paesi emergenti e fondi azionari globali atteso si aggira dai 150 ai 300 miliardi di dollari statunitensi. “Se si guarda agli indici dei mercati emergenti, l’aumento del numero di obbligazioni cinesi presenti, potrebbe avvenire a danno di emittenti minori, come Polonia, Indonesia e Sudafrica “, conclude lo specialista per il reddito fisso.

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