Il petrolio crolla, la Fed spaventa….

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 22 Giugno 2017 | 12:00

A cura di Ole Hansen, Head of Commodity Strategy Saxo Bank
Un’ondata di debolezza su vasta scala ha portato il Bloomberg Commodity Index a fronteggiare il punto più basso del trend degli ultimi 14 mesi. L’indice, che riguarda la performance delle 22 materie prime più importanti suddivise equamente tra energia, metalli  e agricoltura, rimane sotto scacco delle scorte di greggio a livelli di esondazione, della stretta monetaria cinese coniugata a un freno della crescita e dello sgretolamento del cosiddetto “Trump trade”.
Le vendite riguardanti il settore dell’energia si sono prolungate fino alla quarta settimana mentre la produzione proveniente da Stati Uniti, Libia e Nigeria ha continuato ad affievolire le speranze di un Opec capace di ridurre le scorte globali nel lasso di tempo auspicato.
I metalli preziosi sono stati colti alla sprovvista dall’atteggiamento aggressivo derivante dal Federal Open Market Committee che ha alzato i tassi  per la quarta volta da Dicembre 2015. L’oro è rimasto esposto ad un aumento record della domanda speculativa durata tre settimane, e nel corso di questo periodo ha raggiunto, ma senza mai superarla, la soglia dei 1.300 dollari l’oncia.
C’è sofferenza anche sul fronte di alcune soft commodity, soprattutto per lo zucchero, che ha raggiunto un nuovo punto di minimo da 15 mesi a questa parte, dopo aver perso il 30% del suo valore negli ultimi quattro mesi. L’impennata del cotone di metà maggio continua a perdere forza reagendo così alle aspettative di un risultato più elevato nella stagione 2017- 2018. Le eccellenti condizioni di crescita di questa fibra in India e negli Stati Uniti sono state alla base di questo cambiamento del sentiment.
 La stagione di coltivazione negli Stati Uniti può essere molto volatile per i tre principali raccolti: grano, mais e soia. Gli sviluppi climatici sono stati oggetto di grande attenzione dovuta all’altalenante domanda di tali colture in condizioni atmosferiche instabili  caratterizzate da calore, siccità e umidità. Le colture statunitensi sono state recentemente  colpite da una violenta ondata di calore, ma la percezione si è ribaltata velocemente con le nuove previsioni di temperature più basse e pioggia.
Nel corso delle prossime settimane le condizioni delle colture e il loro posizionamento giocheranno un ruolo molto importante nella performance dei prezzi. Ogni lunedi, fino a Ottobre, l’US Department of Agriculture, pubblicherà il report settimanale sulle condizioni delle colture in cui ne evidenzierà lo stato di salute classificando le colture che sono in “buone” fino a “ottime” condizioni.
Le attuali condizioni delle tre colture ricalcano quelle dell’anno scorso, non ultimo il frumento primaverile che  ha sofferto una caduta in percentuale che è arrivata al 45%. La peggiore dal 1988.  Questo sviluppo è stato il fattore chiave alla base dell’ottima performance, registrata a Chicago la scorsa settimana, del grano con scadenza dicembre.
Il greggio questa settimana è ritornato ai minimi di maggio dal momento che la crescita della produzione e delle scorte hanno focalizzato l’intera attenzione.  E ciò accade dopo quattro settimane di vendite, in conseguenza dei migliori (ma falliti) sforzi dei paesi Opec e non Opec per sostenere il prezzo annunciando una proroga di nove mesi.
Un’ulteriore pressione sull’Opec è stata esercitata dalla International Energy Agency: nelle sue previsioni per il 2018 la sola produzione dei paesi non Opec sarebe in grado di soddisfare la domanda mondiale.
Su queste basi, il mercato sta crescendo considerevolmente, preoccupato del fatto che il cartello – aiutato dalla Russia e da altri – agisca come un blocco fino a quando i dati reali cominceranno a migliorare.
I rischi di una ripresa del petrolio sono molti e la battaglia tra offerta, domanda e scorte sembra che lo terrà su basi minime anche più a lungo di quanto previsto.
La variabili critiche sono:

  • La produzione crescente della Libia e della Nigeria che continua a neutralizzare gli sforzi dell’Opec per il riequilibrio.
  • La crescente tensione legata al Qatar che rischia di far saltare gli accordi dell’Opec.
  • Le proiezioni per la crescita della domanda sull’intero anno, a rischio, dopo un primo semestre debole
  • La presenza di alcuni fattori chiave come il miglioramento dell’efficienza nel settore automobilistico abbinato ad alcune preoccupazioni su fronte della domanda, specialmente negli Stati Uniti e in Cina.
  • La rimozione o riduzione di spinte da parte delle banche centrali che potrebbe attenuare gli appetiti speculativi.

Tra Novembre e Aprile la contrazione della produzione netta tra Opec (escludendo Libia e Nigeria) e Stati Uniti è stata inferiore ai 300mila barili/giorno. Solo per far capire il, per ora, limitato impatto dei tagli di produzione attualmente in vigore fino al prossimo Marzo.
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 In ogni caso, con un greggio che ancora una volta porta la negoziazione sui mid-40, il rischio di distruzione dell’offerta comincia a raccogliere una certa attenzione. La produzione US è salita di circa 10mila barili/giorno in media, su base settimanale nel corso delle ultime otto settimane. Nello stesso periodo la crescita media è stata superiore ai 30mila barili/giorno per settimana.
Un ulteriore sostegno dovrebbe arrivare da un’offerta più bassa da parte dell’Opec nel corso dell’attuale picco di domanda stagionale interna.
I produttori statunitensi di scisto rimangono guardinghi sull’attività di copertura per il 2018 dal momento che hanno ridotto le vendite in attesa che il rischio di ribasso venga limitato dai tagli di produzione dell’Opec. Il Prezzo del greggio WTI per il 2018 è diminuito del 14% rispetto alle medie elevate riscontrate tra novembre e marzo.
Un prolungato periodo di prezzi deboli impatterà sulla capacità dei produttori di generare profitto e la rapida crescita nella produzione registrata a fine maggio, ancora una volta, vacilla.
Il Brent ha trovato sostegno nella seconda parte di maggio, ma ora è necessario  tornare nuovamente  sopra i 50 dollari al barile per tenere a freno gli short-seller. Sotto i 46,65 dollari al barile il mercato può puntare ai 44,65 dollari al barile.

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