Brexit, gli effetti collaterali a un anno dal referendum

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di Finanza Operativa 26 Giugno 2017 | 14:00

Di Jim Leaviss, Head of Retail Fixed Interest di M&G Investments

E’ passato un anno esatto dal referendum sulla Brexit e alcuni dei suoi effetti collaterali sull’economia britannica sono ancora al centro dell’attenzione. Il forte calo della sterlina, ad esempio, si è verificato immediatamente dopo il referendum e il calo del valore della valuta ha continuato ad essere il principale driver dell’aumento dell’inflazione. A sua volta, questa inflazione spinta dai costi (quindi negativa) sta mettendo a dura prova la fiducia dei consumatori e i livelli reali di reddito: entrambi fattori che possono generare venti contrari e che vanno attentamente monitorati in considerazione del fatto che l’economia inglese è fortemente trainata dai consumi. Questa considerazione è stata uno dei punti chiave del discorso di Mark Carney, Governatore della Banca d’Inghilterra, alla Mansion House, oltre ad essere una delle ragioni principali per cui i tassi d’interesse non aumenteranno per il momento, nonostante l’indice dei prezzi al consumo (CPI) sia stato più alto del previsto recentemente.

Nel frattempo, il risultato delle elezioni generali UK di questo mese è stato deludente per il Primo Ministro britannico Theresa May, che aveva scommesso che questa mossa le avrebbe garantito la maggioranza in vista dei negoziati sulla Brexit. Al contrario, con il cosiddetto ‘hung Parliament’ – Parlamento impiccato, ci troviamo di fronte alla possibilità che si verifichi una nuova battaglia di leadership da parte del Partito Conservatore e, potenzialmente, anche nuove elezioni generali più avanti nel corso dell’anno. Sembra improbabile che questa rinnovata incertezza possa giovare ai negoziati tra il Regno Unito e Bruxelles. Nel lungo termine, credo che l’impatto della Brexit dipenderà in gran parte dalle relazioni commerciali. E’ importante sottolineare che, nell’eventualità in cui saranno erette barriere commerciali più forti, queste avranno sicuramente un’influenza negativa sulla crescita e sulla produttività nel breve e nel medio termine. Tuttavia, molto dipenderà dall’avanzamento dei negoziati nel corso dei prossimi due anni: è ancora troppo presto per prevedere quale potrebbe essere l’impatto sui mercati finanziari. Il crollo della sterlina sulla scia dell’hung Parliament è stato relativamente modesto (meno del 2% rispetto a valute simili), suggerendo che molti si aspettano che il risultato delle elezioni porterà a una Brexit più soft. La stessa valutazione della sterlina potrebbe aver impedito maggiori perdite per la valuta: prendendo in considerazione il parametro del Purchasing Power Parity, la parità di potere d’acquisto (di cui un esempio è l’indice Big Mac formulato dell’Economist), la sterlina è già di per sé una valuta molto economica, circa il 12% al di sotto del proprio fair value.

Se consideriamo la mitezza delle vendite al dettaglio, i prezzi degli immobili e i redditi aggiustati all’inflazione, notiamo come lo slancio di crescita economica del Regno Unito si stia affievolendo man mano che andiamo avanti nel corso dell’anno. In quest’ottica, il risultato delle elezioni UK e l’incertezza legata alla Brexit suggeriscono che questo trend continuerà. La politica monetaria della Bank of England rimane dovish, anche se i punti di vista del Comitato che si occupa di determinare i tassi d’interesse si sono divisi di fronte all’aumento dell’inflazione (inoltre, durante un suo discorso questa settimana, Andy Haldane, membro del Monetary Policy Comitee (MPC) e Chief Economist della Banca d’Inghilterra ha dichiarato che sta pensando di unirsi ai colleghi del Comitato che prediligono un approccio hawkish, il che ha contributo a generare rendimenti più alti per i GILT a scadenza breve). Guardando alla politica, ci sembra che la nuova e più debole amministrazione dei Conservatori potrebbe in futuro attuare minore austerità e politiche fiscali più rilassate, ma non ci aspettiamo ancora un significativo rialzo delle emissioni dei Gilt. E’ probabile che da qui ai prossimi anni si continui a perseguire l’obiettivo di ridurre il rapporto debito/PIL del Paese, ma le agenzie di rating si stanno innervosendo ed è sempre più probabile che vedremo ulteriori declassamenti del rating del credito UK.

La mia strategia obbligazionaria globale è generalmente sottopeso sulla sterlina fin da prima del voto sulla Brexit (è da tempo che il deficit attuale del Regno Unito mi preoccupa), e tra le esposizioni valutarie preferite avevo una considerevole allocazione sul dollaro USA, ridotta subito dopo il cosiddetto ‘Trump bounce’. Per quanto riguarda i mercati obbligazionari, prediligo le obbligazioni a tasso variabile denominate in dollari US di banche e istituti finanziari blue chip, principalmente per via del rafforzamento in atto dell’economia statunitense e per l’aumento dei tassi d’interesse USA. Recentemente, ho ridotto l’esposizione alle obbligazioni societarie all’interno dei miei fondi – ma non perché i tassi di default siano diventati preoccupanti, infatti rimangono molto bassi – bensì perché hanno performato così bene nell’ultimo anno che le valutazioni ci appaiono oggi meno interessanti.

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