Materie prime: non sottovalutare l’oro e le conseguenze del Niet russo sul petrolio

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di Finanza Operativa 6 Luglio 2017 | 10:30
A cura di Peter Rosenstreich, Head of Market Strategy e Yann Quelenn, analista di Swissquote
Nonostante sia incanalato verso un trend discendente ritornando sui livelli minimi dal 10 di maggio, le pressioni in vendita sull’oro potrebbero presto affievolirsi in avvicinamento ad area 1220 dollari. E anche se il lancio del missile sudcoreano in acque giapponesi sembra non aver sortito grandi effetti neppure sulle quotazioni del metallo giallo, dal nostro punto di vista basterebbe invece pochissimo per riportarne in alto i prezzi.
Infatti, benchè stia tornando la propensione al rischio sui mercati finanziari, le banche centrali si stiano muovendo verso la normalizzazione della politica monetaria e siano ormai state accantonate la maggiorparte delle incertezze politiche che hanno caratterizzato lo scenario europeo (con la sola eccezione delle elezioni tedesche a destare qualche punto interrogativo), continuiamo a credere che basterebbe un semplice intoppo per vedere gli investitori tornare in massa sull’oro.
Non dimentichiamoci infatti che le negoziazioni sulla Brexit promettono di essere molto accidentate, considerando che non tutti i Paesi dell’Unione hanno gli stessi interessi commerciali nei confronti della Gran Bretagna e questo potrebbe creare una certa divergenza. Oltre a ciò, i mercati sembrano eccessivamente ottimisti nei confronti della ripresa economica statunitense e i rischi geopolitici sparsi per il globo (Medioriente, Corea del Nord) potrebbero deflagrare in qualsiasi momento.
Per quanto riguarda il petrolio, invece, nonostante i prezzi siano in marginale ripresa, il Crude rimane in un mercato orso poichè l’aumento dell’offerta ha facilmente controbilanciato i tagli alla produzione da parte dell’Opec. Ad agire in tal senso, questa notte la Russia ha annunciato che non supporterà ulteriori eventuali nuovi tagli, in quanto il governo di Mosca ritiene che continuare su questa strada manderebbe al mercato solo un segnale sbagliato e anche secondo noi ulteriori riduzioni potrebbero contribuire ad innescare un “panic selling” sull’oro nero oltreche evidenziare tutti i limiti dei Paesi Opec nel rispettare l’accordo.
La produzione di petrolio onshore costa alla Russia circa 18 dollari al barile, e ciò significa che nuovi cali delle quotazioni potrebbero portare un’economia petrolio-dipendente come quella di Mosca pericolosamente vicina al break-even. E ovviamente con lo stop della Russia è assai improbabile attendersi ulteriori riduzioni di offerta, anche perchè il calo delle scorte stagionali si invertirà presto in agosto, sul finire del periodo vacanziero degli americani e nel momento in cui si ricostituiranno le scorte e l’effetto dei vecchi tagli Opec svanirà, le quotazioni potrebbero tornare a 42 dollari al barile.
Ecco perchè rimaniamo corti sulle cosiddette commodity currency legate al petrolio come il dollaro canadese, la corona norvegese e il peso messicano. Anche se nel breve termine abbiamo osservato una diminuzione della sensibilità dei mercati nei confronti del prezzo del Crude grazie alle nuove aspettative di politiche monetaria, nel medio periodo prezzi più bassi potrebbero sortire un effetto negativo sia sulla crescita che sull’inflazione.

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