Cinque anni dopo il “whatever it takes” cosa è cambiato

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di Finanza Operativa 26 Luglio 2017 | 17:30

A cura di Stefan Isaacs, Deputy Head of Retail Fixed Interest di M&G Investments

Oggi, 26 luglio, è l’anniversario dei cinque anni dall’ormai celebre ‘Whatever it takes’ di Mario Draghi, affermazione a cui comunemente si attribuisce l’inversione delle fortune in Europa. I cinque grafici riportati di seguito analizzano i successi e gli insuccessi della BCE nel periodo successivo al Whatever it takes, oltre a un elenco delle sfide ancora aperte.

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Cinque anni fa, i costi di finanziamento per i Paesi periferici erano saliti a livelli insostenibili. Il debito della Spagna a dieci anni si attestava al 7.5%, in Italia al 7%, in Portogallo all’11% e in Grecia raggiungeva ben il 27%. In parte, questi numeri riflettevano il rischio di ridenominazione del debito di cui parlavamo prima. Alla fine, agendo come prestatore di ultima istanza, la BCE ha ridotto molto questo rischio, ha riaperto l’accesso al mercato per Paesi come Spagna e Italia, abbassando quindi i loro costi di finanziamento impliciti. Nel tempo (alcune) riforme strutturali, un ulteriore alleggerimento monetario e una migliore crescita hanno portato a un’ulteriore diminuzione dei costi di finanziamento, in alcuni casi al di sotto dei tassi di crescita, offrendo reali prospettive di sostenibilità del debito per queste economie. Il ritorno della Grecia sul mercato completa la fenomenale inversione nelle fortune dell’Eurozona.

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La politica monetaria ultra espansiva ha penalizzato i risparmi, riducendo i costi di servicing del debito e incoraggiando gli investitori ad assumere rischio. Questo ha rappresentato lo sfondo per un migliore sentiment dei consumatori, prezzi più alti degli asset e una ripresa dei consumi. Ultimamente l’Eurozona ha sorpreso registrando la migliore performance globale con una crescita oltre il potenziale. Il record registrato ieri dall’indice IFO tedesco relativo al clima aziendale suggerisce che la crescita potrebbe aggirarsi intorno al 3% nella seconda parte del 2017.

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Nonostante la stabilizzazione dell’Eurozona, i minori costi di finanziamento e un quadro economico generalmente migliore, la BCE continua a non raggiungere il suo target di inflazione. Ciò è problematico dal momento che l’unico obiettivo della BCE è di portare l’inflazione vicino al, ma al di sotto, del 2%. Anche se ci sono segnali che l’inflazione si stia avviando di nuovo verso quella che è la Banca Centrale definisce stabilità, il percorso per arrivarci sta prendendo molto tempo. Qualsiasi restringimento della politica monetaria risulterà probabilmente nel protrarsi della questione.

Avendo tenuto il tasso refi al di sotto dello zero nel 2014, la BCE è sempre alle prese con il rischio di un rafforzamento della spirale deflattiva. Alla fine, la Banca ha seguito il percorso intrapreso dalle altre banche centrali annunciando a gennaio del 2015 che avrebbe iniettato €1,1 mila miliardi di liquidità sul mercato attraverso l’acquisto di bond fino a settembre 2016. Il problema? Nonostante la grande espansione del proprio bilancio, la BCE è stata obbligata ad estendere il programma di QE sia in termini di durata sia includendo i corporate bonds. Al momento siede sull’esorbitante somma di €4 mila miliardi. Draghi da allora si speso per evidenziare che ogni restringimento della politica monetaria sarà fatto in modo graduale. Ma ci sono chiaramente alcuni componenti del Consiglio che si preoccupano delle conseguenze negative di un bilancio sempre più cospicuo, delle implicazioni per il sistema bancario, della ‘dipendenza’ dell’Eurozona dal debito e la conseguente capacità della BCE di uscire da questa posizione ultra espansiva.

Sebbene il populismo sembrava imperversare in tutti i Paesi sviluppati, i risultati elettorali di Olanda e Francia suggeriscono che l’Eurozona potrebbe aver adottato un diverso approccio. Tuttavia, la debole performance dell’economia italiana e le elezioni attese nel 2018 offrono il potenziale per un capovolgimento della situazione. Anche se il tasso di disoccupazione nell’Eurozona è sceso in qualche modo, la disoccupazione rimane comunque alta, in particolar modo per le fasce più giovani della popolazione.

Nonostante si affermi il contrario, la BCE è del tutto consapevole di trovarsi vicino ai limiti di ciò che può fare attraverso la politica monetaria. Essendo ben evidente che questi sforzi hanno aiutato a mettere in moto una ripresa auto-sostenuta, senza dubbio si spera che nei prossimi cinque anni il cammino sia più semplice.

 
 

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