“Euro tantrum” ormai alla fine

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di Finanza Operativa 5 Settembre 2017 | 10:00

A cura di Pierre Olivier Beffy, Chief Economist di Exane Bnp Paribas

Tutto giunge al termine – soprattutto le vacanze! E il rientro è stato caratterizzato da un momentum negativo sui mercati azionari europei. Sul piano politico, da sottolineare come Macron stia patendo un calo nella popolarità. Sul piano economico, settembre e inizio ottobre non dovrebbero dare respiro considerati i prossimi meeting delle banche centrali e l’attuale discussione negli Stati Uniti sul livello di debito e sulle politiche fiscali.

L’argomento principale di discussione tra gli investitori nell’ultima settimana è stato l’Euro/Dollaro. Siamo tutti rimasti sorpresi dal recente apprezzamento dell’Euro. Sebbene il dollaro sembri ancora sopravvalutato e il livello di equilibrio di lungo termine dovrebbe essere intorno a 1,25, a nostro parere il tantrum dell’Euro dovrebbe presto giungere al termine. Per la fine dell’anno, ci attendiamo un cambio Euro/Dollaro a 1,13.

Infatti, la divergenza tra le politiche monetarie della Fed e della BCE dovrebbe tornare al centro dell’attenzione mentre l’inflazione ciclica dovrebbe essere migliore delle attese nel 2018, soprattutto negli Stati Uniti. Per questo motivo, la Fed dovrebbe procedere a 4 rialzi dei tassi entro la fine del 2018, già largamente prezzati dal mercato. Dall’altro lato, la BCE dovrà mostrarsi più dovish alla luce del recente restringimento delle condizioni finanziarie. Inoltre, anche la differenza tra i tassi e il posizionamento attuale dovrebbero supportare un rimbalzo tattico del dollaro.

Rimanendo sugli Stati Uniti, uno “shutdown” delle attività governative sembra probabile e di conseguenza l’incertezza politica negli Stati Uniti dovrebbe rimanere elevata nelle prossime settimane. Tuttavia, nonostante  i dibattiti sul livello del debito e sulle politiche fiscali, potremmo assistere a una serie di risvolti positivi sul piano politico negli Stati Uniti entro la fine dell’anno. Nel corso dei mesi scorsi, infatti, Trump ha rimpiazzato diverse figure centrali della sua amministrazione, spianando probabilmente la strada a un outlook migliore del previsto per la situazione fiscale statunitense.

In Europa, a nostro parere, non c’è molto da preoccuparsi per le prossime elezioni in Germania mentre bisogna tenere d’occhio quelle in Italia (probabilmente la prossima primavera). Sebbene non sembrino esserci rischi che minacciano l’esistenza dell’Eurozona, l’Italia rischia una paralisi politica. Inoltre, ottobre potrebbe essere il mese decisivo per le negoziazioni sulla Brexit. Al momento, i progressi procedono molto lentamente e a nostro parere la sterlina dovrebbe rimanere sotto pressione nel breve termine.

Tutto sommato, l’Euro tantrum sembra giunto ormai al termine. Da un punto di vista economico, l’apprezzamento dell’Euro è una notizia relativamente negativa per l’Eurozona. La crescita dell’Eurozona rimarrà relativamente alta anche se il consensus è ormai in linea con le nostre previsioni e gli indicatori di sorpresa economica stanno virando al ribasso nel Vecchio Continente. Dall’altro lato, la recente debolezza del dollaro è una buona notizia per gli Stati Uniti e l’economia globale: l’ulteriore miglioramento delle condizioni finanziarie a livello globale dovrebbero garantire un contesto di crescita stabile. In merito ai Mercati Emergenti, i leader cinesi dovrebbero mantenere il loro supporto fiscale anche dopo la transizione politica di questo autunno mentre l’America Latina dovrebbe mostrare il migliore momentum in termini di crescita.

In questo contesto, il ciclo statunitense sta ormai diventando maturo anche se dovrebbe estendersi nel 2018. Infatti, le condizioni dei mercati del credito corporate sono rimaste buone e a nostro parere i rischi ribassisti sul prezzo del petrolio stanno diminuendo. In questo contesto di stabilità, vediamo un upside limitato sul rendimento decennale statunitense nel prossimo anno. Infatti, sebbene l’inflazione ciclica dovrebbe sorprendere positivamente il consensus, l’inflazione strutturale è assente. Di conseguenza, la curva dei rendimenti statunitense potrebbe appiattirsi ulteriormente.

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