Europa dell'est, l'euro e i quattro porcellini

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di Marco Mairate 23 Febbraio 2009 | 08:30
Dopo dieci anni di di crescita inarrestabile, i giovani paesi dell’est Europa affrontano la prima crisi economica della loro storia, un debito estero enorme e il crollo delle loro valute.

Sono 1,7 i trilioni di dollari che l’Europa dell’est ha preso a prestito. A dirlo Stephen Jen, responsabile valute per Morgan Stanley, che aggiunge “gran parte di questo debito ha una scadenza a breve termine”, solo nel 2009 gli interessi sul debito ammontano a 400 miliardi di dollari, pari ad un terzo del prodotto interno loro dell’intera regione.

Anche la Russia non se la passa bene con 500 miliardi di dollari di debito estero; debito che in teoria non dovrebbe destare problemi per il paese ricchissimo di materie prime, ma visto i bassi prezzi del greggio anche il governo di Medvedv dovrà affrontare i suoi problemi.

Un altro problema con l’Europa dell’est è che il debito spesso è espresso in valute straniere, come nel caso della Polonia. Il paese infatti ha il 60% dei mutui espressi in franchi svizzeri, valuta che si è rivalutata di quasi la metà contro lo zloty e che rende il debito ancora più pesante. Anche l’Ungheria, i Balcani, i paesi baltici e l’Ucraina stanno tutti vivendo lo steso problema.

Ma chi detiene tutto questo enorme debito? L’Europa occidentale ovviamente, con Austria, Svezia, Grecia, Italia e Belgio in testa.

Si calcola che l’Europa rappresenti ormai la controparte del 74% dei 4,9 trilioni di mutui dei paesi emergenti, rendendo la situazione per il sistema bancario europeo ancor più difficile di quella che già è. Ma ognuno ha il suo. La Spagna infatti ha i suoi problemi nell’America Latina mentre Gran Bretagna e Svizzera sono finanziatrici dell’area asiatica.

La risposta di banche e banchieri verso il problema è misto. Per esempio il Governo greco ha chiesto alle banche nazionali di uscire dall’area dei Balcani e barricarsi nel mercato domestico mentre il Fondo Monetario Internazionale continua ad intervenire a sostegno di questo o quel paese iniettando liquidità a più non posso (Ungheria, Ucraina, Latvia, Belarus, Islanda e Pakistan hanno già ricevuto aiuti, mentre la Turchia dovrebbe presto aggiungersi alla lista).

Questa serie di interventi ha praticamente vaporizzato i 200 miliardi di dollari di riserve dell’IMF che potrebbe presto mettersi a stampare soldi per sostenere altre economie.

In un quadro talmente complicato, gli occhi sono puntati sull’euro che a dieci anni dalla sua nascita sembra vacillare sotto i colpi della crisi. Del resto sul successo della moneta unica ci avevano scommesso in pochi; tolti politici e burocrati di Bruxelles, Milton Friedman, noto economista americano, aveva predetto che l’euro difficilmente avrebbe saputo superare la sua prima crisi economica.

(Sotto nella tabella, il rapporto debito/PIl dell’Eurozona nel 2007. Nella colonna di sinistra la previsione del rapporto nel 2050 ferme restando  le politiche economiche dei singoli paesi)

Il motivo è semplice. L’area euro è sempre stata caratterizzata da una grande eterogeneità di economie al suo interno, un sistema dove coesistono paesi che hanno una economia virtuosa ma in frenata (come Germania e Olanda), a paesi dall’economia giovane ma poco disciplinata (Spagna e Grecia) e chi invece è deficitario in ogni settore, come l’Italia.

Per questo gli addetti ai lavori hanno coniato un nuovo termine per descrivere i paesi a rimorchio di Francia, Germania e Olanda. Si tratta dei Four Pigs (quattro porcellini).

Solo che in questo caso PIGS è l’acronimo di Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. I quattro paesi con i maggior problemi economici in questo momento.

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