La solidità dell’euro mette in ombra la ripresa della regione

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di Finanza Operativa 19 Settembre 2017 | 17:30
A cura di Tim Stevenson, Director of Pan-European Equities di Janus Henderson
Il mese di settembre nell’emisfero boreale segna l’inizio di un nuovo anno scolastico. E sembra che questa volta l'”offerta formativa” sia piuttosto ampia.
Cominciando dalla Brexit, la temperatura sta salendo con l’avanzare dei negoziati, considerando che la posizione di partenza del Regno Unito di “volersi mangiare tutta la torta” (per usare un’espressione del Ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson) è incompatibile con una comunità improntata alla condivisione. Chiunque abbia avuto esperienze con un’azienda manifatturiera sa bene che le catene di fornitura sono complesse e profondamente integrate.
Nei 15 mesi dal voto, la maggior parte dei sostenitori “pro-abbandono” ha fatto marcia indietro da una posizione di “hard Brexit” dopo aver ben presto realizzato che sarebbe molto svantaggioso per l’economia britannica e i suoi cittadini. In realtà, le “vette luminose” promesse dalla campagna per la Brexit non esistono e il partito Conservatore sembra mal equipaggiato per ritrovare facilmente il bandolo della matassa. Ma la cosa più importante da stabilire è se la Gran Bretagna, come nazione unita, sia davvero in grado di farlo. È proprio su questo punto che verterà il “ritorno a scuola” del Regno Unito.
L’Europa ha imparato la lezione? Alle elezioni federali fissate il 24 settembre per nominare i membri del 19° Bundestag, la Germania potrebbe assistere in un modo o nell’altro al ritorno della coalizione della Cancelliera Merkel. In Francia, Ungheria e Paesi Bassi, invece, le votazioni si sono svolte a inizio anno, con una sconfitta generalizzata del movimento anti-europeista di estrema destra che aveva di recente dominato le notizie mediatiche, il che ha concesso un certo margine di respiro ai leader europei. Riteniamo che gran parte delle critiche mosse all’UE in vista del voto sulla Brexit fosse giustificata e alcune delle questioni emerse sono proprio i punti critici discussi ora apertamente.
La Turchia, ad esempio, è stato uno dei temi dibattuti nel confronto televisivo pre-elettorale fra la Merkel e il suo rivale del Partito Democratico, Martin Schulz: in quell’occasione, la Cancelliera aveva inaspettatamente promesso di impegnarsi a porre fine alle discussioni sull’accesso di Ankara nell’UE. Ma i punti all’ordine del giorno sono molti di più e sarà importante valutare in che modo Francia e Germania riusciranno ad approfondire la loro collaborazione in futuro.
In Francia, il Presidente Macron ha avviato una serie di riforme di ampio raggio, concepite per rendere più flessibile il mercato del lavoro e stimolare così la crescita economica. Come di consueto nel paese, le proteste non sono affatto mancate, ma questa volta la sensazione è che le riforme siano eccessive. Orientata a un rapido cambiamento normativo attraverso il parlamento, la politica di Macron è controversa, ma visto il denso programma di appuntamenti fissati per garantire concessioni ai principali stakeholder (sindacati e dirigenti aziendali) senza creare ostacoli, pare che il Presidente sarà in grado di superare qualsiasi protesta.
L’Italia è rimasta piuttosto tranquilla, ma probabilmente costituirà il prossimo ostacolo politico nei mesi a venire. Ad ogni modo, la direzione del viaggio è molto più chiara oggi di quanto non fosse un anno fa. L’Europa non sta crollando come si auspicavano i sostenitori di Nigel Farage nel Regno Unito o di Geert Wilders nei Paesi Bassi o ancora il Presidente americano Donald Trump (esplicitamente pro-Brexit).
La solidità dell’euro mette in ombra la ripresa della regione Considerata la solidità della ripresa economica in tutta Europa, un lieve rafforzamento dell’euro sul dollaro USA non avrebbe sorpreso, ma la moneta unica si è spinta probabilmente troppo oltre, toccando addirittura quota $1,20 (il 28 agosto 2017). Fortunatamente, i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi (Bund) a 10 anni si sono lasciati alle spalle i livelli negativi dello scorso anno. Tuttavia, l’euro forte porrà indubbiamente dei problemi agli utili e nelle ultime settimane gli analisti hanno cominciato ad apportare correzioni al ribasso per le società che generano gran parte del proprio fatturato in dollari statunitensi. Ciononostante la crescita media degli utili europei potrebbe stabilizzarsi a circa il 10-12% nel 2017, faticando invece a raggiungere livelli simili nel 2018. Ma tutti i dati vanno contestualizzati. Negli ultimi anni, l’Europa ha avuto difficoltà a generare la crescita degli utili che molti si aspettavano. Nel 2017 sembra aver ritrovato un certo slancio ed esistono molti settori, non da ultimo quello finanziario, dove la ripresa degli utili potrebbe mantenersi cospicua anche nel 2018.
Sebbene l’Europa abbia garantito ottime performance agli investitori in sterline, in valute locali i principali mercati regionali sono cresciuti, nella maggior parte dei casi, di meno del 5% da inizio anno (al 31 agosto 2017). Sembra un andamento piuttosto esitante rispetto alla stabilità politica (al di fuori del Regno Unito) e alla rinnovata crescita economica e degli utili ed è per questo che ritengo ci sia ancora margine per una buona performance delle azioni europee il prossimo anno.

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