Banche & Stato: cosa insegna la storia

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di Marco Mairate 26 Febbraio 2009 | 09:00
Il tormentone di queste settimane (se così si può dire) è se sia giusto o meno nazionalizzare le banche. Ma la vera domanda dovrebbe essere se serve veramente a qualcosa nazionalizzare una banca.

Parla Willima M. Isaac (nella foto), membro della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) dall’agosto del 1981 all’ottobre del 1985 e membro del board del FDIC dal 1978 fino al 1985.

Secondo il 64 enne esperto di banche e ora consulente per il gruppo The Secura Groups,  la proposta di comprare le banche con il denaro pubblico è senza senso e bocciata dalle esperienze passate. In un bellissimo articolo pubblicato dal WS Journal, Isaac racconta la sua esperienza personale, quando durante i suoi anni presso la FDIC si trovò costretto a ricapitalizzare e nazionalizzare un istituto di credito caduto in disgrazia.

Era la crisi delle banche degli anni ottanta (un’altra?) e a quell’epoca la FDIC prese il controllo della Continental Illinois Bank (al tempo la settima banca degli Stati Uniti) per evitare il peggio.

La storia racconta che l’organismo a tutela degli investitori comprò asset tossici dalla banca con un forte sconto sul valore nominale. Inizialmente la nazionalizzazione riguardò solo l’80% della banca, quota che ben presto salì al 100% in seguito al peggioramento degli asset rilevati e ad un calo del valore dell’equty.

Una volta rilevata dal Governo americano, il management della banca venne azzerato e si impose al gruppo di stilare un business plan che prevedesse una riduzione delle dimensioni della banca (della metà) entro tre anni. Tutto sotto il controllo e la supervisione della FDIC.

L’operazione di takeover avvenne nel 1984 mentre la vendita integrale dell’intero istituto da parte dello stato avvenne solo sette anni dopo. Nel 1994 Continental passa ancora di mano e viene defintivamente acquistata da un gruppo privato, Bank of America.

In dieci anni di nazionalizzazione – racconta Isaac – i vecchi azionisti non recuperano nulla del loro investimento, così i creditori e gli azionisti privilegiati. La stessa FDIC uscì dall’operazione con 1,6 miliardi di dollari in meno.

A posteriori l’operazione  Continental – racconta Isaac – dimostrò i suoi limiti ma è difficile fare un paragone con quello che potrebbe volere dire nazionalizzare un colosso come Citigroup oggi. Primo perchè ora le prime dieci banche degli Stati Uniti detengono circa 2/3 di tutti gli asset delle banche americane e molti di questi titoli sono estremamente complessi da valutare. Al tempo della nazionalizzazione, Continental gestiva solo il 2% di tutti gli asset degli americani, il che la rendeva (con gli occhi di oggi) una banca molto tradizionale e dalla struttura relativamente semplice.

Ma questo non sarebbe l’unico problema secondo Isaac. Se il Governo americano dovesse iniziare a nazionalizzare una o due banche, molte altre verrebbero spinte dal mercato verso il basso in modo da chiedere di essere comprate da Washington.  Al tempo di Continental inoltre esisteva una cosiddetta Exit Strategy (ovvero una strategia di medio lungo termine che prevedeva le dismissioni della banca tramite vendita o altro) mentre oggi a nessuno verrebbe in mente di rilevare questi colossi malandati.

Anche l’aspetto manageriale non è di poco conto. Quando venne nazionalizzata Continental e sostituito il suo board, si incontrarono numerose difficoltà per sostituire il management della banca. Figurarsi oggi dove anche gli stipendi sono stati bloccati; attirare menti capaci sarebbe molto difficile.

Per tutti coloro che sventolano la bandiera della nazionalizzazione, Isaac ricorda che anche il caso Svedese non è paragonabile all’attuale situazione americana. Primo perché la Svezia ha gli stessi abitanti dello stato dell’Ohio, secondo perché in quell’occasione venne nazionalizzata una sola banca (Gota Bank) che tra l’altro era già collassata.

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