Azionario sui massimi, Vix ai minimi

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di Finanza Operativa 9 Ottobre 2017 | 09:00

A cura di Giuseppe Sersale, Strategist Anthilia Sgr

Wall Street venerdì ha messo a segno l’ottava salita consecutiva (serie più lunga dal  2013),  producendo un dignitosissimo (per i tempi) +0.56%.  Incidentalmente, si tratta del settimo massimo storico in chiusura a fila. Ma il vero record l’ha fatto il  VIX, mostrando la  chiusura più bassa della  sua storia (il Chicago Board of trade calcola  l’indice della  volatilità  implicita  dal 1990).  Il  precedente record era del dicembre 1993,  a 9.31, e  ieri in chiusura il Vix ha segnato 9.19.
Il principale driver di quest’ultima fase di rally continua ad essere la  crescita,  con i dati macro che hanno continuato a sorprendere in positivo (nella fattispecie Factory orders di Agosto, lettura finale dei Durable  goods orders, e trade deficit ai minimi da quasi un anno).
A parte ciò,  si avvicina l’earning season,  e  la  sensazione generale è che l’accelerazione della crescita e il dollaro debole depongano a favore degli EPS.
L’Asia continua ad avere importanti chiusure per festività (Shanghai, Seul) ma il  mood è stato comunque positivo. Il Dollaro ai massimi da quasi 2 mesi e i tassi US in lieve rialzo non hanno infastidito più  di tanto la  parte emergente, mentre Tokyo continua a essere un po’ frenata dalle evoluzioni politiche, con il nuovo Partito della Speranza alle prese con il programma elettorale (tasse sulle  aziende, cancellazione rialzo IVA). L’area tornerà alla normale amministrazione Lunedi (ma saranno chiusi gli USA per Columbus day).
L’azionario europeo non è riuscito a capitalizzare l’€ sui minimi di periodo. A frenare gli indici ancora la questione catalana, e gli effetti  delle nuove direttive sugli accantonamento a fronte di non performing loans, che hanno zavorrato soprattutto  gli istituti italiani. Su queste basi, ha sorpreso poco di vedere  Milano e Madrid chiudere la fila.
Sul fronte macro continuano le buone notizie, con i factory orders tedeschi di agosto in grado di segnare il rialzo più  robusto dell’anno (+3.6% da -0.4% e vs attese per +0.7%), cancellando la perdita di momentum degli scorsi mesi. Buon rimbalzo anche della produzione industriale  spagnola di agosto, ma qui naturalmente le incognite sono di carattere politico,  con la crisi che sta producendo i primi effetti (le 2 principali banche della Catalonia stanno pianificando lo spostamento delle sedi).
Venendo al  piatto forte della giornata, il  labour market report di settembre ha mostrato effettivamente i segni delle tempeste, ponendo fine ad una serie di incrementi dei nuovi occupati che durava da 83 mesi (-33.000 nuovi occupati con revisioni ai 2 mesi precedenti che totalizzano -38.000), ma le  brutte notizie finiscono qui.
E’ difficile farsi un idea dell’effetto di Harvey e Irma,  anche se gli indizi di un impatto rilevante ci sono (il  food service employment ha perso 105.000 posti). Sta di fatto che la household survey , dove chi ha un impiego viene contato anche se non lavora e non viene pagato epr tutta la settimana della rilevazione (Sic, BLS) è uscita fortissima: 906.000 nuovi occupati, 575.000 ingressi nella forza lavoro (partecipazione su 0.2% a 63.1%) e quindi -331.000 disoccupati, con il tasso di disoccupazione al nuovo minimo ciclico (4.2% vs attese di stabilità a 4.4%). A ciò si aggiunge un calo di 0.3% dei sotto occupati.
E poi c’è il balzo dei salari orari, +0.5% a settembre da un agosto rivisto a +0.2% da +0.1%, con il dato anno su anno che sale a +2.9%. Sappiamo che si tratta di una serie volatile,  ma questo  dato,  con le revisioni,  offre supporto alla view Fed che la  curva di Phillips  non ha smesso di funzionare.
In generale  un dato che,  depurato delle distorsioni climatiche,  offre un quadro del mercato del lavoro US in ulteriore miglioramento, in linea con quello offerto recentemente dalle survey di attività  economica, e riporta un po’ in auge la questione delle pressioni salariali, e dell’impatto di  un accelerazione ciclica su un economia quasi in piena occupazione.
La reazione dei mercati è stata inizialmente coerente, con i tassi US in salita, il dollaro in ulteriore recupero, e l’azionario chiuso tra la forza della crescita e la prospettiva di un inasprimento delle condizioni finanziarie.
L’effetto però si è  progressivamente stemperato, soprattutto sul  mercato dei cambi. Difficile indicare un catalyst preciso,  ma sicuramente al cambio di mood ha contribuito la comparsa di una dichiarazione di un membro della Duma  (Anton Morozov) secondo cui la Nordcorea avrebbe intenzione di testare nel week end un missile in grado di raggiungere la West Coast  US.
Moderato, come di recente, l’effetto sull’azionario, che comunque ha ceduto a sua volta  qualcosa.
La seduta europea si chiude con marginale calo per gli indici azionari (un po’ peggio Milano, zavorrata dalle banche) rendimentoi core e periferici quasi stabili (dopo essere stati in rialzo di una manciata di Bps) e un € in sorprendente recupero, aiutato forse dalle stops di chi ha venduto in size la  rottura di 1.17 vs $ dopo  il dato. Al  movimento sembra aver contribuito un intervista del  membroi ECB Villeroy (*ECB’S VILLEROY SAYS ‘VERY GRADUAL NORMALIZATION’ HAS STARTED).
Sulla price action possono in generale  aver pesato chiusure di posizioni in vista di un week end (lungo per gli USA, chiusi per festività luendi) che vede la  possibilità di un ritorno di frizioni USA NordKorea, e l’incognita Catalonia in Eurozone. La Corte Costituzionale Spagnola ha invalidato la  sessione di lunedi al parlamento Catalano, ma ciò non impedirà  ai secessionisti di riunirsi ed,  eventualmente, dichiarare l’indipendenza, se i moderati non spingono l’assemblea a più  miti consigli. E se  la  dichiarazione avviene, a  Madrid non resterà che reagire, presumibilmente facendo scattare l’articolo  155 e avviando lo  scioglimento del parlamento regionale.
Con questa carne al fuoco, è  un po’ sorprendente che l’azionario reagisca cosi poco,  in particolare alla luce del fatto che la  performance recente è stata assai robusta, e parecchi indici sono in ipercomprato. L’S&P 500 ha l’RSI a 75, mentre l’Eurostoxx (più interessato dalla crisi spagnola) si colloca su un più modesto 69 di RSI ma è giunto a contatto con la resistenza in area 3620 recuperando la bellezza di 200 punti in un mese. A ciò possiamo aggiungere quanto detto sopra sui record negativi della volatilità  implicita,  e i livelli stellari su cui stazionano da un po’ vari indicatori di confidence
Non mi stupirei che ,  su questi livelli, l’azionario si prendesse una pausa,  attaccandosi a qualche scusa, prima  dell’inizio delle  earning seasons.
Lampi di Colore 821

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