Banche centrali, l’impatto sugli investitori

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di Finanza Operativa 12 Ottobre 2017 | 18:30

a cura di Dave Lafferty, Chief Market Strategist di Natixis Global Asset Management

Le Banche Centrali hanno ormai intrapreso il sentiero verso la normalizzazione dei tassi, anche se non tutte si trovano allo stesso punto di questo viaggio che condurrà gli investitori a operare in uno scenario diverso.

La Federal Reserve ha giocato d’anticipo, dando il via al percorso di graduale e lenta riduzione del bilancio a dicembre 2015, dando di fatto il via al processo di normalizzazione e al Quantitative Tightening. La Bank of Japan, invece, si trova ancora ai blocchi di partenza, mentre la Bank of England e la Banca Centrale Europea si possono collocare a un punto intermedio. Tuttavia, i mercati non hanno ancora reagito significativamente a questi imminenti cambiamenti. Le Borse globali hanno continuato a salire, i rendimenti dei bond sono ai minimi, mentre il dollaro si è deprezzato di circa il 10% dai massimi raggiunti con il Trump-rally.

Perchè gli investitori non sono ancora preoccupati? La risposta è da ricercare nel fatto che il piano di riduzione dei titoli pubblici detenuti in bilancio annunciato dalla Federal Reserve sarà graduale. Il piano di dismissioni prevede infatti un taglio di 10 miliardi di dollari al mese, con la possibilità di aumentare la quantità di titoli non riacquistati ogni tre mesi fino a un massimo di 50 miliardi di dollari. Ciò si traduce in una riduzione inferiore al 10% sul totale di 4 trilioni di dollari degli attivi della Fed in un anno. Ampliando il contesto e considerando il piano di acquisti della Banca Centrale Europa e della Banca del Giappone, gli asset delle Banche Centrali a livello global non sono destinati a diminuire prima del terzo o del quarto trimestre del 2018.

Un altro motivo che lascia gli investitori tranquilli è il fatto che il processo di normalizzazione dei tassi procederà a un ritmo progressivo e pochi si aspettano che esso inneschi una fase ribassista sui mercati. Secondo le stesse proiezioni della Federal Reserve, i tassi sui Fed Funds dovrebbero entrare in territorio positivo solo all’inizio del prossimo anno, mentre un’altra banca centrale che sta pensando ai rialzi è quella inglese, anche se molti sono convinti che il “detto e fatto” (one and done) dipenda dalle incertezze sulla Brexit.

Occorre non dimenticare un altro fattore cruciale. La crescita globale sta gradualmente riprendendosi. La decisione dei banchieri centrali di iniziare a ridurre gli stimoli deriva proprio dai rischi connessi con la crescita sincronizzata dell’economia, la diminuzione della disoccupazione, il migliore utilizzo delle risorse che possono essere sintetizzati in un unico concetto: aumento delle pressioni inflazionistiche. È proprio per questo che sul tavolo ci sono le questioni relativi al rialzo dei tassi e al Quantitative Tightening. Pertanto, lo scenario appena delineato può essere considerato come uno scenario di “good tightening”.

Occorre tuttavia chiedersi se il piano di normalizzazione dei tassi produrrà gli effetti contrari prodotti dal piano di stimoli, ovvero riduzione di liquidità, aumento dei tassi, diminuzione dei prezzi delle asset class e indebolimento della fiducia.

Sicuramente, cambia lo scenario per gli investitori. Sui mercati azionari, la politica globale di espansione è stata portata avanti in qualunque modo al fine di incrementare gli utili. Sull’obbligazionario, la pressione al ribasso sui rendimenti ha permesso al mercato di correre.

In termini di implicazioni di portafoglio ci aspettiamo che i rendimenti obbligazionari rimangano stabili con una leggera distorsione verso l’alto in quanto i tassi di crescita reali e nominali superano ancora i tassi di interesse reali e nominali. Inoltre i vincoli sulla crescita potenziale, uniti all’eccesso di risparmio, potrebbero limitare ulteriormente l’aumento dei rendimenti obbligazionari. Continuiamo a guardare con interesse ai settori corporate e strutturati del mercato obbligazionario, ma preferiamo titoli con rating BBB e bank loan rispetto all’high yield, in quanto gli attuali livelli di spread non giustificano l’assunzione di un rischio credito elevato.

Lo stesso outlook può essere riportato anche sul mercato azionario globale. La crescita degli utili dovrebbe rimanere positiva, ma non vi è motivo di prevedere un’espansione dei multipli rispetto ai livelli attuali. Così come per le obbligazioni, è possibile che le azioni offrano ritorni positivi nei prossimi anni, ma pur sempre inferiori alla media.

 
 

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