BCE e FED verso un lento rialzo dei tassi? Dove guarda l’obbligazionario

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di Finanza Operativa 26 Ottobre 2017 | 12:30

di Alessandro Allegri, AD di Ambrosetti Asset Management SIM

Le banche centrali hanno spinto al ribasso per mesi il rischio prezzato sulle obbligazioni. I rendimenti dei governativi restano su livelli molto contenuti ed in tal senso l’attenzione degli investitori dovrebbe essere molto alta con un atteggiamento estremamente cauto in ottica prospettica, pensando in ogni caso all’impossibilità di controllo all’infinito del debito da parte delle autorità monetarie. Globalmente i mercati obbligazionari stanno iniziando a prezzare la fine delle misure di stimolo dell’economia ma riteniamo sia ancora sottostimata la misurazione delle reazioni dei “Bond people” quando i rendimenti si troveranno ad affrontare un ciclo sostenuto di rialzo. In tal senso qualche scricchiolio in più si è già visto a settembre con le indicazioni di salita tassi sia in Usa (+20bps sul decennale) che in area Euro (+10bps) che hanno colpito soprattutto la parte governativa mentre gli investimenti a spread sono riusciti a tamponare le flessioni.

Persiste però una certa riluttanza da parte delle banche centrali, soprattutto FED e BCE nel procedere con un aumento significativo dei tassi di interesse. Negli Stati Uniti l’incertezza che aleggia sul prossimo presidente della Federal Reserve, con il mandato di Janet Yellen in scadenza nel febbraio 2018, ha di fatto rallentato i discorsi di politica monetaria. La situazione Oltreoceano mostra un Prodotto Interno Lordo in costante crescita dopo la crisi globale del 2008, finanziato però da un vertiginoso aumento del debito pubblico che ha portato il rapporto debito/pil a superare la fatidica soglia del 100%. In questo contesto si sta facendo largo il timore che un ulteriore aumento dei tassi possa gravare ancor più sul debito federale e su famiglie ed imprese, andando in questo modo a rallentare i consumi e la crescita economica in atto.

Gli stessi timori che affliggono anche l’Europa, ancor più zavorrata da un debito in costante crescita fatta eccezione per la virtuosa Germania, vera promotrice appunto di una politica di innalzamento dei tassi. Un’Europa che si trova però prima di tutto a dover discutere di un eventuale termine del Quantitative Easing, strumento nato per trasmettere un impulso all’economia, che adesso si riscopre quasi vitale e quindi di difficile accantonamento.

In generale sul mercato obbligazionario resta quindi ancora molto basso il premio al rischio, con i tassi che si mantengono ancora in territorio negativo sotto i 2 anni nell’Area Euro. Per spostarsi su rendimenti “accettabili” o si va ad aumentare in modo significativo la duration dell’investimento, incrementando però il livello di rischio ed esponendosi in maniera significativa al pericolo inflazionistico, oppure si valutano emissioni governative di paesi extra Euro, in particolare emergenti. In questo caso l’incognita più significativa, oltre ad un maggior rischio controparte, è rappresentata dalle oscillazioni possibili in termini valutari, di norma decisamente superiori rispetto al ritorno in termini di plus-cedolare.

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