Fed, per il 2018 ancora vaghezza sulla normalizzazione

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di Finanza Operativa 9 Novembre 2017 | 10:30

Olivier De Berranger, Chief Investment Officer di La Financière de l’Echiquier

Donald Trump ha svelato, tra un tweet e l’altro, il nome del futuro presidente della Federal Reserve: Jerome Powell, attualmente membro del Consiglio dei governatori. Ancorché definita «eccellente» dal presidente americano, contrariamente a quanto vuole la tradizione, Janet Yellen non verrà quindi rinnovata nelle sue funzioni. A volte l’eccellenza non paga …

La scelta fatta è dettata dalla prudenza e dalla continuità. Jerome Powell, un moderato, non appartiene nemmeno ai più dovish della banca centrale. Nel board della Fed dal 2012, questo Repubblicano ex avvocato e banchiere d’affari e – cosa abbastanza rara per essere sottolineata – senza una formazione economica alle spalle, ha sempre votato a favore delle decisioni di politica monetaria adottate dalla Fed. E’ noto per la sua propensione al compromesso e alla ricerca del consenso.

L’altro nome che aleggiava era quello di John Taylor, professore a Stanford, varie volte consigliere economico della Casa Bianca e, soprattutto, decisamente hawkish. La sua nomina sarebbe stata un segno evidente della volontà di Donald Trump di imprimere una forte accelerazione al ritmo della normalizzazione monetaria.

Eppure, la nomina di Jerome Powell segna una svolta. In 40 anni, è la prima volta che un presidente americano non riconferma l’incarico a un presidente della Fed scelto dal suo predecessore. Con la nomina di un Repubblicano, Donald Trump interviene sulla leadership della Fed senza modificarne tuttavia l’orientamento.

Questa nuova governance non dovrebbe, per ora, sconvolgere la strategia della Fed in materia di politica monetaria. L’annuncio di un nuovo aumento dei tassi a dicembre rimane più che probabile … mentre continua a esserci grande vaghezza per il 2018: la designazione del moderato Jerome Powell non sanerà la frattura in seno alla Fed che oppone i fautori della risalita dei tassi, con il pretesto del necessario controllo dei rischi finanziari, a coloro che preferiscono che l’inflazione si avvicini al 2% prima di avviare una stretta monetaria.

In conclusione: nel breve i mercati non saranno presi in contropiede. Nel lungo termine, invece, non si intravedono schiarite all’orizzonte.

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