Le fonti della deflazione

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 21 Novembre 2017 | 12:30

a cura di Exane Derivatives

La scorsa settimana abbiamo assistito a una correzione del mercato azionario globale. Come ho scritto la scorsa settimana, bisogna guardare con attenzione alla dimensione e alla sostenibilità delle vendite sul mercato del debito corporate statunitense. Segnali per ora rassicuranti vengono dal tasso di default corporate a 12 mesi per i titoli High Yield a livello globale: secondo i dati pubblicati da Moody’s, questo tasso ha segnato un ribasso per il nono mese consecutivo (-17 bp nel mese di ottobre). Una recessione statunitense porterebbe, a livello globale, maggiori pressioni al ribasso sui prezzi ed un inasprimento delle condizioni finanziarie. Considerato che il mercato corporate statunitense è caratterizzato da un elevato livello di debito e potrebbe soffrire la scarsa liquidità, è importante continuare a monitorare il mercato del debito. Tuttavia, riceviamo molte domande anche su altri indicatori, che segnalerebbero o un’ulteriore correzione o un possibile rimbalzo.

Nel suo libro cult “Anatomy of the bear”, Russel Napier spiega in maniera molto efficace come la Cina possa diventare un’altra fonte importante di deflazione. Ho il presentimento che, in Cina, il recente rallentamento dell’economia e il moderato restringimento del mercato obbligazionario siano diventati motivo di preoccupazioni crescenti. La nostra economista cinese, Françoise Huang, non prevede significativi cambiamenti da parte delle autorità cinesi riguardo alla strategia nel breve periodo, ma si aspetta supporto costante e relativamente solido alla crescita unito ad un avanzamento graduale delle riforme. Detto ciò, i mercati potrebbero diventare particolarmente sensibili a segnali di rallentamento o ad ogni notizia di un moderato inasprimento delle condizioni economiche cinesi.

Anche il prezzo del petrolio rappresenta un driver chiave dell’inflazione globale. Negli ultimi due mesi, la crescita dei prezzi del greggio ha sorpreso il mercato ed il loro recente ribasso potrebbe avvalorare la view del nostro oil team, secondo il quale il prezzo del petrolio è aumentato in misura eccessiva e troppo velocemente. Nonostante a fine anno, con tutta probabilità, i settori minerario ed energetico avranno contribuito per almeno la metà dell’incremento della produzione industriale statunitense per il 2017, e la produzione di shale oil sia già tornata a livelli massimi, è sorprendente constatare come le piattaforme petrolifere statunitensi non abbiano ancora reagito alla crescita del prezzo del petrolio. Le compagnie statunitensi specializzate nella produzione dello shale oil sembrano focalizzate più sui rendimenti che sui volumi: ciò spiegherebbe perché i default continuino a diminuire nel settore. Di conseguenza, anche se noi dubitiamo che un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio sia sostenibile su un orizzonte temporale esteso, tali prezzi potrebbero comunque aumentare nel breve periodo.

Passando alla riforma fiscale statunitense, il suo processo di approvazione sembra procedere: la scorsa settimana i rappresentanti repubblicani hanno approvato la legge sulla riforma fiscale da loro proposta, il che rappresenta il primo passo importante dell’intero processo. L’ostacolo maggiore sarà con molta probabilità il Senato, dove i Repubblicani hanno una maggioranza di soli due senatori. Le differenti versioni della riforma fiscale dovranno essere accorpate, e ciò implica ulteriori e difficili negoziazioni. A nostro parere, date le pressioni politiche per ottenere i risultati prima delle elezioni di metà mandato, il Congresso riuscirà comunque a portare a termine il processo di approvazione del pacchetto fiscale.

In conclusione, il tema della reflazione è passato in secondo piano negli ultimi 10 giorni, con il rafforzamento del Dollaro statunitense e con il trend al ribasso dei rendimenti a livello globale. Tuttavia, dal punto di vista macroeconomico, la crescita globale è prevista rimanere solida e sincronizzata per i prossimi 6 mesi, e sono presenti rischi al rialzo (prezzi del petrolio più elevati, riforma fiscale negli Stati Uniti…). Dai recenti incontri fatti con gli investitori, la sensazione è che questi siano positivi sulle prospettive dei mercati, ma allo stesso tempo non reputino necessario assumersi troppi rischi, dato che la maggioranza ha ottenuto buoni risultati durante l’anno. Di conseguenza, non è facile capire se la recente correzione sia sostanzialmente terminata, o se ci sia ancora spazio per un suo proseguimento: allo stato attuale delle cose, il nostro strategist Ian Richards reputa conveniente mantenere cautela.

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