La Fed alzerà i tassi tre volte l’anno prossimo

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di Finanza Operativa 13 Dicembre 2017 | 19:15

A cura di Andrew Wilson, CEO di Goldman Sachs Asset Management per l’area EMEA
Ci si aspetta che la Fed americana alzi i tassi di interesse di 0,25 punti percentuali (il terzo aumento nel 2017). Sarà un ulteriore passo avanti verso la normalizzazione della politica monetaria del paese. Il prossimo anno sarà caratterizzato da un cambiamento di leadership ai vertici della Fed e le solide condizioni economiche faranno parte delle sfide che la banca centrale dovrà affrontare.
Prevediamo che la crescita economica globale proseguirà nel 2018, anche se con un ritmo più lento. Se così sarà, l’attuale espansione statunitense diventerebbe la seconda più lunga mai registrata, subito dopo la crescita record (in termini di durata) registrata negli anni ‘90. Tra un mese, infatti, l’indice S&P 500 supererà il record di 66 anni do crescita continuata senza un calo di almeno 5 punti percentuali.
Janet Yellen, presidente della Fed, sta per lasciare il timone della banca centrale al governatore Jerome Powell, in un momento in cui l’economia del paese si trova in una situazione di crescita degli investimenti in fattori della produzione. Sotto la guida della Yellen, la Fed ha effettuato diversi incrementi dei tassi di interesse e ha avviato il processo di normalizzazione del bilancio senza generare un “Taper Tantrum 2.0” (ossia panico degli investitori con conseguenti correzioni di mercato).
Ciò non significa però che, una volta prese le redini della Fed a febbraio, Powell si troverà davanti a un compito semplice. Al contrario, ci sono diversi rischi da tenere sotto controllo, soprattutto se la sorprendente inflazione al ribasso di quest’anno dovesse tramutarsi in una inattesa inflazione al rialzo nel 2018, e le valutazioni degli asset restano vulnerabili ad un incremento della volatilità macroeconomica che attualmente ha raggiunto livelli inusualmente bassi.
Un’importante anomalia del mercato è rappresentata dal fatto che la politica monetaria più stringente degli Stati Uniti non è ancora “filtrata” nell’economia reale. In sostanza, le condizioni finanziarie restano straordinariamente favorevoli in contrasto con la teoria economica secondo cui tassi più elevati da parte della banca centrale dovrebbero tradursi in condizioni finanziarie più rigide per famiglie e imprese, riducendo l’attività domestica. Lo stesso presidente della Fed entrante ha sottolineato che “ciò che conta non è il livello del tasso applicato ai fondi federali, ma le condizioni finanziarie”. Con il rafforzamento in corso del mercato del lavoro e gli incerti segnali di incremento dei salari, riteniamo che l’economia statunitense sia a rischio di surriscaldamento se le condizioni finanziare continueranno a contrastare le azioni della Fed.
Dal 1970, il tasso di disoccupazione americano è stato inferiore all’attuale 4,1% solo per 11 mesi, che equivalgono a meno di due punti percentuali del periodo considerato. I miglioramenti del mercato del lavoro verso la fine di un ciclo dovrebbero essere un campanello d’allarme che in presenza di un ritmo più lento della crescita degli Stati Uniti sarebbe opportuno evitare pericolosi picchi dell’inflazione e i conseguenti shock di mercato.
Riteniamo che nel 2018 Powell adotterà una linea simile a quella della Yellen nel 2017, con tre incrementi dei tassi di interesse. Stimiamo che le attese di mercato relative agli aumenti dei tassi siano irrealisticamente basse, creando spazio per una ripresa della volatilità di mercato qualora l’attuale traiettoria della Fed rispetto all’incremento dei tassi di interesse dovesse essere ricalibrata al rialzo.
Resta da capire se il 2018 riuscirà a risolvere il “mistero” di quest’anno di un’inflazione sorprendentemente bassa, come descritto proprio dalla Yellen. Prevediamo il ritorno di un graduale trend al rialzo. Sarà interessante vedere fino a che punto la formazione e le esperienze pregresse di Powell influenzeranno la sua reazione.
Se da un lato la Yellen è un’economista classica, con una carriera accademica alla spalle prima di approdare alla banca centrale, dall’altro il suo successore ha iniziato la sua carriera in ambito giuridico e ha lavorato per più di 30 anni nell’investment banking e nel private equity. L’inclinazione di un economista classico potrebbe essere quella di trascurare i picchi dell’inflazione nel breve termine, ma è possibile che qualcuno con un’esperienza maggiormente incentrata sul mercato possa essere più rapido nel passare all’azione. Gli investitori staranno molto attenti a vedere se la Fed adotterà un atteggiamento più aggressivo in risposta a segnali di inflazione più alta o adotterà un atteggiamento attendista nel caso in cui l’inflazione dovesse restare debole.
L’eredità della Yellen non farà solamente strada al ritorno alla normalizzazione della politica monetaria degli Stati Uniti. Grazie alla sue ampie ricerche demografiche sul mercato del lavoro, è riuscita a far sì che il suo successore erediti una comprensione molto sofisticata delle dinamiche socio-economiche che sostengono la creazione di posti di lavoro. Nell’attuare la restrizione della politica monetaria, la Yellen, segnalando chiaramente un approccio graduale, è riuscita con successo a rassicurare gli investitori, in contrapposizione a una serie sequenziale di picchi dei tassi di interesse storicamente favoriti dalla Fed. Allo stesso tempo, il suo stile governaLa Fed tivo maggiormente condiviso le ha permesso di far trovare al suo successore un’istituzione stabile e forte.
In un momento caratterizzato da forti rischi geopolitici e da importanti peculiarità in campo economico, lo scenario è favorevole a shock di mercato inaspettati. Se questi dovessero materializzarsi, la Fed non avrà tutte le risposte – e non dovremmo nemmeno aspettarci il contrario – ma, come ha dimostrato la Yellen durante il suo mandato e, così come ha fatto Mario Draghi in Europa, una banca centrale solida può essere sicuramente d’aiuto.

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