Cambio Eur/Usd – Il ruolo dei valuation effects

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Biagio Campo di Biagio Campo 23 Marzo 2009 | 10:10
In assenza dei valuation effects a fine 2008 il dollaro sarebbe probabilmente sprofondato sotto 2 contro euro, ma per il futuro non sembrano più in grado di aiutare la valuta statunitense.

All’interno del sistema finanziario il mercato dei cambi rappresenta senza dubbio quello di più difficile interpretazione, in quanto riflesso di innumerevoli decisioni microeconomiche del settore finanziario e di quello reale. Tra le numerose determinanti del tasso di cambio osserviamo il ruolo dei [a]valuation effects[/a], con particolare attenzione al rapporto Eur/Usd.

 
I valuation effects rappresentano guadagni e perdite in conto capitale associati alle variazioni dei prezzi delle attività e delle passività finanziarie; con il loro effetto che cresce all’aumentare degli stock lordi di attività e passività finanziarie estere.
 

La liberalizzazione dei movimenti di capitale ha causato la crescita degli stock lordi di attività e passività finanziarie estere, ed una conseguente maggiore rilevanza dei valuation effects, che vedono gli Stati Uniti come il paese che, a partire dal 1993, ne ha beneficiato maggiormente grazie ai bassi rendimenti offerti sulle passività estere, contrapposti ad elevati rendimenti sulle attività estere, in aggiunta al deprezzamento del dollaro.


(Grafico Eur/Usd fonte UIC)
 

Il differenziale delle remunerazioni è spiegabile dalle scelte di portafoglio dei singoli investitori e dal ruolo di leader mondiale ricoperto dagli Stati Uniti.
Gli investitori esteri che hanno acquistato attività finanziarie Usa hanno puntato in primo luogo sui titoli del tesoro, che essendo privi di rischio offrono bassi tassi di interesse, mentre le scelte di portafoglio verso l’estero dei cittadini statunitensi, si sono orientate su asset esteri maggiormente profittevoli quali azioni e titoli di debito più rischiosi.
 

La recente crisi finanziaria sembra destinata a cambiare lo scenario sopra descritto e togliere il vantaggio che i valuation effects avevano garantito al debito statunitense ed in ultima analisi al dollaro.
Già prima dello scoppio della crisi, da diversi anni, la maggioranza del risparmio mondiale era indirizzata a finanziare il disavanzo statunitense, tuttavia ora, mentre il bilancio Usa è appesantito dai piani di salvataggio ed ha nuovamente bisogno di ingenti afflussi di capitali, assistiamo a nuovi paesi che dopo anni di saldi in positivo sono tornati sui mercati alla ricerca di finanziamenti, anch’essi per programmi di stimolo e salvataggi del settore bancario.   
In questo scenario, dove nelle scorse settimane le aste pubbliche di solidi stati quali Francia e Germania avevano registrato una fredda accoglienza, sembra difficile ipotizzare che il mercato non chiederà un premio anche per finanziare gli Stati Uniti, sia per un maggiore rischio paese, ma anche per una maggiore offerta di debito da parte di altre aree economiche; ed in secondo luogo, i cali dei corsi azionari e più in generale delle asset class rischiose, hanno danneggiato gli investimenti esteri dei residenti Usa.
 

Un’analisi sul tasso di cambio deve considerare numerose variabili e non solamente i valuation effects, tuttavia la semplice analisi di quest’ultimo elemento, porterebbe a prevedere un calo del dollaro contro l’euro e le valute delle economie industrializzate.
 

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