L’Asia vende i Treasuries e gli Usa cadono

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di Finanza Operativa 8 Febbraio 2018 | 14:00

A cura di Lemanik

“Il primo semestre del 2018 si preannuncia complicato. Il costo del debito americano è destinato a salire esercitando un effetto restrittivo sull’economia, mentre la Cina non è più disposta a sostenerlo ai ritmi del passato. I mercati valutari e obbligazionari stanno già prezzando questo scenario, le borse lo faranno in ritardo ma in modo più violento: ci aspetta un lungo periodo di turbolenze”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund.

E’ iniziato un riposizionamento di lungo periodo delle riserve valutarie dell’Asia, con conseguente vendita di dollari e di Treasuries. Il trend si sta iniziando a manifestare anche a coloro che non volevano vederlo e inculcherà dubbi sulla forza e sulla sostenibilità del ciclo Usa. Il meglio che l’amministrazione Trump poteva produrre è già alle nostre spalle e il fantomatico ciclo espansivo che le borse stanno scontando non ci sarà. L’aumento dei tassi americani non è gestito dalla Fed ma dalla Cina e dal resto dell’Asia. Il problema è che avviene proprio quando il sistema America ha accumulato un colossale stock di debito privato, molto sensibile al suo costo e particolarmente importante per il sostegno della domanda interna. Oggi il 25% dei consumi dipende solo dal credito al consumo e non è pensabile che questo meccanismo di indebitamento possa continuare a questi ritmi.

“Il primo semestre del 2018 porterà varie problematiche all’economia americana. I mercati azionari stanno sottostimando il fatto che un movimento modesto sui tassi possa costare caro allo stratosferico leverage accumulato dopo la crisi del 2008, che oggi è sempre più concentrato sul credito al consumo e corporate. Il debito complessivo del sistema è salito del 50% rispetto ai livelli del 2007 e quindi la sensibilità ai tassi è molto maggiore di prima”, spiega Novelli. “Con il senno del poi si dirà che l’errore è stato quello di cercare di ripartire dalle macerie della crisi del 2008 con lo stesso meccanismo con il quale si era creata e cioè con nuovo debito. Il meccanismo avrebbe anche potuto reggere se il leverage si fosse concentrato solo nell’economia Usa ma, per motivi simili, anche i cinesi hanno cercato di evitare una crisi interna con un’espansione del debito molto superiore a quella degli Stati Uniti”.

Mentre fino a due anni fa i cinesi hanno partecipato al salvataggio del sistema internazionale con un colossale intervento espansivo sull’economia che ha prodotto una forte spinta sul debito interno, ora stanno cercando di mettere il debito sotto controllo e non sembrano più tanto disponibili a finanziare il debito Usa. Già alcune banche centrali dell’Asia hanno iniziato a vendere Treasuries da tempo, avviando quindi una riduzione del Quantitative easing esercitato dall’Asia in via indiretta sul sistema americano. Mentre le borse attendono segnali dalla Fed su come intende procedere sui tassi e sulla riduzione del bilancio, altre banche centrali hanno già iniziato da tempo la vendita di titoli di stato americani, riducendo quindi la liquidità nel sistema internazionale e avviando un’operazione molto simile a quella che la Fed vorrebbe fare ma non potrà mai fare, perché anticipata da altri. Il tutto avviene in concomitanza con l’intenzione del governo Usa di aumentare l’emissione di titoli per finanziare il deficit creato dalla riforma fiscale.

“Probabilmente Bank of Japan, Cina e le altre banche centrali dei paesi emergenti torneranno ad acquistare Treasuries per non lasciare cadere nel vuoto un sistema già abbastanza fragile, è tuttavia chiaro che il mondo sta mandando un segnale molto forte all’amministrazione americana che non è più disposto a finanziare un debito che non trova limiti a tassi così bassi, così come non è disposto a finanziare ciecamente un partner commerciale che vuole introdurre del protezionismo”, conclude Novelli. “Mentre tutti festeggiano prospettive di crescita in accelerazione e prezzano utili coerenti con questo scenario alquanto improbabile, sarà proprio l’America a subire le peggiori conseguenze della strategia geopolitica e valutaria attualmente in corso”.

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