Perchè le società italiane dovrebbero quotarsi?

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di Finanza Operativa 15 Febbraio 2018 | 19:00

Prosegue la partnership tra l’Università Bocconi ed Equita iniziata nel 2013 e volta a stimolare il dibattito sugli elementi strutturali, i fattori di sviluppo e le possibili soluzioni per la crescita del mercato dei capitali per le imprese italiane. Il quinto ciclo di incontri a cadenza annuale è incentrato sull’analisi delle ragioni che supportano la scelta delle imprese italiane di quotarsi in Borsa o che viceversa ne rappresentano i principali ostacoli, attraverso un’analisi comparativa di selezionate caratteristiche finanziarie e di business di società che hanno optato per la quotazione e società private comparabili dal 2006 al 2016, nonché attraverso un Focus Group in forma di intervista con alcune delle più rilevanti realtà industriali italiane quotate e non.

Le analisi evidenziano che le imprese italiane quotate riportano livelli di crescita maggiore in termini di ricavi, investimenti e dipendenti e risultano più profittevoli delle controparti non quotate, oltre ad essere più resilienti in contesti di crisi a livello macroeconomico. Tali imprese, inoltre, hanno un accesso migliore al mercato del debito e al finanziamento bancario, che permette loro di investire maggiormente rispetto alle imprese non quotate, maggiormente limitate alla generazione di cassa interna.

Nonostante questi risultati mostrino che la scelta per un’impresa di rimanere non quotata non sia sempre ottimale non solo per l’impresa stessa, ma anche per la crescita economica del Paese, le imprese italiane hanno manifestato storicamente una minore propensione a quotarsi in Borsa rispetto alle controparti estere.

Negli ultimi anni una spinta per le imprese a cercare fonti alternative di finanziamento è venuta, oltre che dalle difficoltà riscontrate dal sistema bancario, anche dalle più recenti politiche economiche e fiscali di incentivo verso gli investimenti in imprese italiane (“Piani Individuali di Risparmio”, o “PIR”).

Sono queste alcune delle evidenze dello studio realizzato dal centro di ricerca dell’Università Bocconi redatto in collaborazione con Equita che sono state oggetto di analisi nel convegno tenutosi ieri a Milano dal titolo “Why do Italian companies go public? An empirical analysis of the period 2006-2016”.

Lo studio si articola in un’analisi qualitativa realizzata attraverso interviste one-to-one a manager di società quotate e non, appartenenti a diversi settori dell’industria italiana – dal Consumer Goods ai Servizi – volta a comprendere le ragioni della decisione di quotarsi o viceversa della scelta di rimanere private. Nella seconda parte dello studio viene svolta un’analisi empirica su un bacino di imprese (quotate e non quotate) più ampio dove si analizzano le principali caratteristiche finanziarie delle stesse nella fase di pre-quotazione per verificare se ci siano effettivamente dei fattori ricorrenti alla base della scelta di un’impresa di continuare il proprio percorso di sviluppo attraverso la quotazione o al contrario rimanere privata.

I risultati illustrati nello studio di quest’anno mostrano come le imprese di maggiori dimensioni siano più facilitate nell’accesso al mercato: le criticità legate ad una possibile quotazione – di carattere normativo e procedurale – risultano di più facile gestione. Al contrario, le imprese più piccole si approcciano al mercato per supportare la crescita e diversificare le fonti di finanziamento.

Tuttavia, i costi relativi al processo di quotazione risultano proporzionalmente più elevati e diverse imprese hanno optato per una quotazione sul mercato AIM, sottoposto a requisiti meno stringenti. I Professori Caselli e Gatti sottolineano che “le imprese di medio/grandi dimensioni decidono di quotarsi in fase di crescita e quindi quando necessitano di ottenere più visibilità e standing sul mercato dei capitali o quando gli azionisti delle stesse necessitano di una way out. Le imprese di piccole dimensioni, che necessitano di nuove risorse per sostenere la crescita e ridurre l’indebitamento, che sono meno propense alla quotazione, dovrebbero considerarla come strumento per la crescita e per raggiungere una size ottimale anche al fine di creare valore per i soci”.

Francesco Perilli, Presidente di Equita, apprezza il fatto che “gli investitori hanno ritrovato fiducia nelle imprese italiane anche in situazioni macroeconomiche meno favorevoli, con un riflesso positivo in termini di performance sia del mercato azionario che di quello del debito”. Inoltre sottolinea come “si sta assistendo ad un interessante quanto auspicato sviluppo del mercato AIM di Borsa Italiana, sul quale Equita crede fortemente ed ha puntato in prima persona come dimostra la nostra recente IPO”.

Andrea Vismara, Amministratore Delegato di Equita, evidenzia che “le aziende più piccole negli ultimi anni stanno contribuendo alla crescita dei mercati, mostrando un chiaro cambiamento culturale ed una crescente apertura ai mercati dei capitali. Ciò è dovuto a diversi fattori: una maggiore consapevolezza delle imprese italiane verso una struttura del capitale meno sbilanciata verso il finanziamento bancario; un crescente apprezzamento degli investitori verso le aziende italiane, che hanno mostrato ottima resilienza e performance di mercato; le analisi che evidenziano i risultati positivi ottenuti dalle aziende che accedono ai mercati dei capitali, fatte da affermati opinion maker tra cui Bocconi, Borsa Italiana, Confindustria ed Equita; infine il contributo del Governo che ha introdotto la regolamentazione sui PIR e, più recentemente, un credito d’imposta sulle spese di quotazione per le PMI. C’è tuttavia ancora molto da fare: semplificazione del processo di quotazione sul mercato principale, differenziazione delle regole di quotazione tra large e small caps a vantaggio delle seconde e maggior tutela delle banche di investimento che supportano anche le PMI – eccessivamente impattate dalla MIFID 2”.

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