Preccupazione per gli scivoloni della Cina: la view di Pictet

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di Finanza Operativa 19 Marzo 2018 | 12:30

A cura di Pictet Am
La vendita massiccia che ha scosso i mercati  azionari globali all’inizio di febbraio è stata ampiamente imputata ai segnali di un possibile surriscaldamento dell’economia statunitense. È tuttora un rischio, ma non è la ragione principale  per la quale non siamo attirati dalle prospettive a breve termine  per le azioni. Il nostro primo pensiero è la Cina. In questo Paese, la crescita economica è in rallentamento, in quanto le autorità  di Pechino  hanno nuovamente tentato di sgonfiare la bolla del credito.  Fino ad ora, grazie ad una robusta domanda di esportazioni cinesi, l’inasprimento della politica monetaria non ha fatto grandi danni. Ma se, come sembra probabile, il ritmo di crescita del credito rallenterà ulteriormente e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump emanerà ulteriori misure protezionistiche contro la Cina, le prospettive per i mercati  emergenti e il resto dell’economia globale appariranno meno rosee rispetto  ad alcuni mesi fa.
E a frenare  le azioni potrebbe essere anche un cambiamento nelle condizioni monetarie nel mondo sviluppato.  Sebbene un esempio estremo, la Cina non è l’unico Paese che sta riducendo gli stimoli. Negli Stati Uniti, il nuovo Presidente della Federal  Reserve,  Jay Powell, ha utilizzato il suo primo intervento davanti al Congresso  per suggerire  che il ritmo degli aumenti dei tassi potrebbe aumentare nel 2018, in quanto la crescita economica e l’inflazione stanno acquisendo vigore. Lo stesso pare valere per il Regno Unito. E mentre la Bank of Japan e la Banca Centrale Europea per il momento mantengono il quantitative easing, entrambe sono convinte di limitarlo nel corso dell’anno.
Tuttavia, non ci sono solo notizie negative per i mercati  azionari. Infatti, la vendita massiccia di febbraio ha fatto scendere i multipli di P/E verso livelli più interessanti. Tutto ciò considerato, abbiamo deciso di mantenere una posizione neutra sulle azioni.
Altrove, la diminuzione dello stimolo delle banche centrali è una minaccia maggiore per il mercato del reddito fisso. Rimaniamo sottopesati sulle obbligazioni, preoccupati del fatto che i mercati  europei in particolare non hanno ancora preso in considerazione la prospettiva di una fine delle politiche monetarie ultra-accomodanti.
I nostri indicatori del ciclo economico  mostrano che l’espansione economica sta rallentando.
Mentre gli Stati Uniti rimangono in ottima forma – la disoccupazione è prossima al livello minimo dagli anni Sessanta e prevediamo che la produzione cresca del 2,8% quest’anno rispetto  alla stima precedente del 2,6% – la Cina si dirige nella direzione opposta.
L’attività del settore manifatturiero nazionale  è calata lo scorso mese  al ritmo più veloce dal 2011, secondo l’indice PMI dei direttori degli acquisti. E questo rallentamento non è limitato alla Cina. Il nostro indicatore anticipatore per i mercati emergenti e quello globale hanno perso un po’ di terreno negli ultimi due mesi, seppur partendo da livelli molto robusti.
I nostri indicatori di liquidità indicano che gli stimoli monetari sono stati costantemente drenati  dal sistema finanziario. Nel nostro modello, le politiche delle banche centrali sono di stimolo quando la domanda di denaro  cresce ad un ritmo superiore a quello della produzione industriale.1Questo differenziale,  che abbiamo riscontrato avere una correlazione positiva con i multipli degli utili delle azioni, è adesso al livello minimo degli ultimi sette anni, ad indicare che i rapporti P/E potrebbero contrarsi di 5-10% nel 2018  (si veda grafico). E potrebbe contrastare qualsiasi accelerazione potenziale negli utili societari.
La vendita massiccia di febbraio ha portato  le valutazioni a livelli più interessanti per alcuni mercati  azionari e obbligazionari.  Ma le azioni statunitensi continuano a disporre  di quello che a nostro avviso è un premio eccessivo rispetto alle azioni europee: il divario nei rispettivi rapporti prezzo-valore  contabile è attualmente al livello massimo  dal 1993  (3,5 rispetto  a 1,7). Il recente aumento dei rendimenti obbligazionari,  nel frattempo, ha dato vita ad interessanti opportunità nel debito governativo USA a scadenze più lunghe (si veda la sezione sul reddito fisso).
I nostri indicatori  tecnici forniscono un segnale neutro per le azioni, ma anche un chiaro segnale “vendere” per le obbligazioni dei mercati  sviluppati. Le nostre  previsioni sul dollaro USA, invece, suggeriscono che la valuta potrebbe essere vicina ad un rimbalzo. Ciò perché gli investitori professionali hanno ampiamente privilegiato la creazione di posizioni corte sul dollaro, uno squilibrio di posizionamento che limita la portata di ulteriori flessioni delle valuta.

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