La disputa commerciale può rappresentare un’occasione d’acquisto

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di Finanza Operativa 28 Marzo 2018 | 10:30

Di Michael O’Sullivan, Cio – International Wealth Management di Credit Suisse

Ogni volta che sorvolo Atene penso a Roald Dahl. Il signor Dahl, meglio conosciuto come l’autore di classici per bambini come “La fabbrica di cioccolato”, trascorse i suoi anni formativi come pilota di caccia della Royal Air Force. Nel suo libro “In solitario. Diario di volo” descrive la sua esperienza come uno dei dodici piloti di Hurricane nella Battaglia di Atene, un vorticoso combattimento ravvicinato che ebbe luogo nell’aprile del 1941, sullo sfondo del Partenone. Il signor Dahl sopravvisse per raccontare questa storia – se fosse vivo oggi, potrebbe rimanere sorpreso nell’apprendere che la Gran Bretagna sta lasciando l’Europa, ma sarebbe anche più felice di sapere che la Grecia ne fa ancora parte. Atterrato ad Atene ho riscontrato un costante miglioramento del clima economico, rispetto ai bassi livelli di partenza. Il mercato immobiliare mostra qualche segno di vita, con la convinzione che la Grecia rimarrà nell’orbita della Banca Centrale Europea, incitando gli investitori value. Tuttavia le tensioni con la Turchia vanno aumentando di pari passo con forme di espressione del paese sempre più aggressive su molti fronti. Questo sviluppo mi ha indotto a pensare che, con la Commissione Europea intenta a scrivere un nuovo capitolo nel cammino verso un’unione economica più profonda, le prossime crisi dell’UE potrebbero scaturire dagli affari esteri e dall’immigrazione, con la Grecia in prima linea in entrambi i casi. Nel 2008, si riscontrarono delle carenze nella gestione della crisi economica dell’UE, e può darsi che l’assenza di un apparato di politica estera coerente e un consenso frammentato sull’immigrazione verso l’Europa esporranno l’UE così come fece la crisi dell’euro. Speriamo di no.

La Fed interviene

Mentre nel Mediterraneo, dove, a proposito, ho visto cieli blu per la prima volta da mesi, i miei colleghi mi avevano chiesto di parlare dello “Scompiglio nel Mediterraneo”,la conversazione, tuttavia, è immancabilmente virata sullo scompiglio a Washington. Ci sono diversi elementi qui. Il primo è la tensione sul piano commerciale che, a mio parere, è più fondamentalmente espressione dell’emergente mondo multipolare e dei primi tentativi degli USA di venire a patti con l’ascesa della Cina. L’annuncio fatto il 22 marzo dal Presidente Donald Trump delle “misure” commerciali contro la Cina crea un contesto difficile per un’economia mondiale in costante crescita. La nomina di John Bolton a responsabile della sicurezza nazionale alza la posta in gioco. La Cina, da parte sua, probabilmente risponderà in maniera più diplomatica ma tale da assicurarsi di essere presa sul serio.

Nulla di tutto ciò è positivo per il dollaro e continuiamo a preferire sia l’euro che un paniere di monete dei mercati emergenti al biglietto verde. Il rialzo dei tassi della Federal Reserve del 21 marzo e la politica pragmatica e finora di buonsenso di Jerome Powell (che dovrà imparare a essere più mistico) non si è dimostrata benefica per il dollaro. I tassi di interesse negli USA sono destinati ad aumentare almeno di altri 50 pb secondo la Fed (per noi di 75 pb) quest’anno. In questo contesto, per quanto riguarda i tassi a breve termine, una questione che bolle sotto la superficie è l’impennata dei costi di finanziamento.

Essenzialmente questa può essere fatta risalire all’impatto finanziario della riforma fiscale delle aziende, che incentiva le grandi imprese statunitensi a vendere in Europa obbligazioni a breve termine denominate in dollari e, ad esempio, a prepararsi a impiegare la liquidità sotto forma di riacquisti azionari. Questo calo della domanda di titoli a breve termine ha spinto al rialzo i costi di finanziamento sul mercato dei tassi. Di conseguenza l’aumento dei costi di finanziamento rende il debito emesso dalle banche (principalmente obbligazioni senior) meno attraente e, in occasione della riunione dell’Investment Committee della scorsa settimana, abbiamo portato il nostro giudizio su questa classe di investimento da positivo a neutrale.

Tasse sulla tecnologia

L’altra questione incentrata su Washington riguarda la crescente pressione sui regolatori affinché frenino le attività delle grandi società di social media, in seguito alle rivelazioni relative all’utilizzo dei dati degli utenti di Facebook da parte di Cambridge Analytica. Ho la sensazione che questa amministrazione non regolamenterà in maniera eccessivamente aggressiva l’ambito tecnologico in quanto, in un assetto multipolare, la grande tecnologia può essere sempre più considerata come una risorsa nazionale. In quel contesto è accettabile per altre regioni regolamentare e tassare le aziende tecnologiche dei concorrenti, che è quello che sta facendo ora l’Europa. Il vecchio continente dovrebbe prestare attenzione su due fronti. Dovrà favorire i propri campioni della tecnologia e badare che gli sforzi mirati a frenare aziende come Facebook non siano percepiti come rientranti nell’ambito delle guerre commerciali, altrimenti non farebbe che peggiorare il clima macro-politico. Su queste premesse le azioni appaiono più instabili sebbene ancora non proprio ipervendute. La stagione degli utili al via tra tre settimane è destinata a rivelarsi un elemento catalizzatore. Per il momento, il mercato metabolizzerà le ricadute della disputa commerciale. Tutto questo mi fa pensare a “Furbo, il signor Volpe” di Roald Dahl. Come il signor Volpe, il mercato non si fa prendere facilmente.

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