AllianceBernstein: l’inflazione scalda i motori

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di Finanza Operativa 25 Aprile 2018 | 17:00

A cura di Darren Williams, Direttore Global Economic Research di AllianceBernstein
Gli ultimi dati sull’inflazione hanno tolto la pressione dalle spalle della Banca Centrale Europea che non dovrà annunciare alcun cambiamento durante il prossimo meeting. L’inflazione core, tuttavia, è probabile riprenda a salire dopo l’estate, per questo sarebbe meglio rimanere cauti di fronte a questa “noncuranza”. Tanto più che le pressioni strutturali che hanno pesato sull’inflazione stanno iniziando a spostarsi verso l’alto. Si pensi, ad esempio, alla possibile guerra commerciale o al populismo delle agende politiche: entrambi i punti hanno il potenziale di spingere i prezzi al rialzo. Mentre la Bce continua a focalizzarsi prevalentemente nell’evitare un taper tantrum, se l’inflazione dovesse effettivamente risvegliarsi, il rischio è che Francoforte si trovi a rincorrere.
Si è parlato molto del livello insolitamente basso dell’inflazione negli ultimi anni, ma la verità è che la situazione si protrae da molto tempo. L’inflazione core nelle economie più sviluppate, ovvero il dato che esclude i prezzi di generi alimentari ed energia, si attesta attualmente all’1,4%, in linea a quanto si è visto negli ultimi 20 anni (1,5%) e di poco sotto il tasso registrato nella decade antecedente la crisi finanziaria (1,6%). La fotografia è simile se si considera l’inflazione headline: ad oggi il tasso è 1,9%, allineato alla media pre-crisi e lievemente oltre l’1,7% del periodo 1998-2017.
La lunga permanenza su livelli bassi suggerisce di cercare oltre i fattori ciclici per comprenderne le dinamiche. Crediamo che elementi strutturali come globalizzazione, innovazione tecnologica, fattori demografici e l’eccesso di debito abbiano fortemente influito. Questo però adesso sta cambiando. Non tanto per quanto riguarda l’aspetto tecnologico, ma certamente per il resto.
Dagli anni ’60, ad esempio, il rapporto tra la popolazione in età da lavoro (produttori) e la popolazione totale (consumatori) è salito stabilmente nei Paesi sviluppati. Adesso ci troviamo davanti ad un punto di svolta in cui il numero relativo di persone in età lavorativa sta iniziando a diminuire, con un conseguente impatto positivo sull’inflazione. Sul fronte della globalizzazione, invece, l’annessione della Cina alla WTO nel 2001 è stata determinante, in quanto ha permesso l’entrata nel mercato globale di un enorme flusso di lavoro a basso costo, ma ci sono pochi candidati in grado di seguirne le orme. In aggiunta, è probabile che le idee che finora hanno sostenuto la globalizzazione inizino a perdere terreno a favore di politiche populiste che vanno nella direzione opposta. Così come potremmo vedere la progressiva erosione delle istituzioni che hanno contribuito a limitare il rialzo dei prezzi e un ritorno a politiche di redistribuzione e contrattazione collettiva.
Rimane la questione debito: negli anni successivi alla crisi finanziaria, i tagli alla spesa pubblica e il deleveraging del settore privato hanno pesato molto sulla domanda, annientando l’inflazione. Grazie alle banche centrali questo periodo è finito, ma il mondo rimane fortemente indebitato e la tentazione per i governi di ricorrere a “raccolte” alternative si farà più intensa.
Le dinamiche demografiche, il populismo e l’eccesso di debito saranno abbastanza da contrastare gli effetti della tecnologia? Sappiamo che populismo e debito spingeranno moltissimo verso un contesto più affine al rialzo dei prezzi. La storia però insegna che punti di svolta secolari nell’inflazione tendono ad essere associati a dei cambiamenti nell’approccio monetario. Il più evidente è stata l’adozione della moneta legale nel periodo tra le due guerre mondiali, prima del quale la scalata inflazionistica era virtualmente sconosciuta.
Negli ultimi anni è diventato sempre più ovvio che la nostra comprensione dell’inflazione non è poi così profonda. E’ chiaro che il contesto strutturale, così come quello ciclico, stanno prendendo una direzione rialzista ed è pericoloso per un investitore assumere che questo non accada, che l’inflazione rimanga dormiente.

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