Sei mesi con Mifid II

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di Finanza Operativa 25 Luglio 2018 | 10:00

A cura di Marco Caprotti, Morningstar
Sei mesi non bastano per dire se la direttiva Mifid II stia riuscendo veramente nel suo intento di dare una maggiore tutela ai risparmiatori rispetto alla versione precedente. Sono sufficienti, tuttavia, per tracciare un bilancio di massima su come sta cambiando il settore del risparmio gestito (un capitolo a parte è quello del trading nel quale la normativa, per ora con scarso successo, cerca di spostare tutte le contrattazioni, comprese quelle sui dark pool, sui cosiddetti Lit exchange dove prezzi e movimenti sono visibili da tutti).
Innanzitutto va detto che la normativa non è un qualcosa di statico ma è un work in progress. L’Esma (l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati che dal 2011 per conto dell’Ue vigila sui mercati) ha da poco comunicato che, proprio con riferimento a Mifid II, vuole approfondire alcune questioni per apportare eventuali correttivi. Fra queste ci sono, per citarne alcune, la best execution, la  registrazione di conversazioni e comunicazioni elettroniche, le registrazioni post vendita e la tenuta dei registri (record keeping).
Occhio alla ricerca
Fra gli elementi che l’Esma ha detto di voler chiarire – e di una certa rilevanza per le tasche dei rispamiatori – c’è quello relativo alla ricerca. L’argomento è delicato. Alcune società di gestione hanno team interni che se ne occupano, mentre altre la acquistano da uffici studi esterni. In un caso e nell’altro si tratta di investimenti rilevanti. Mifid II obbliga gli asset manager a evidenziare il costo della ricerca in una contabilità separata (il cosiddetto unbundling) in modo che sia trasparente e non si trasformi in una commissione nascosta, peraltro a fronte di una spesa ridotta da parte della società di gestione che, a volte, riceve la ricerca come benefit dalle banche con cui ha rapporti di lavoro, ad esempio, per il trading. Molte società di gestione, comunque, hanno deciso di assorbire il costo di questa voce in modo che non venga scaricato sugli investitori retail.
“L’unbundling rappresenta uno dei temi più difficili da risolvere sia per chi acquista, sia per chi vende ricerca”, spiega uno studio firmato da Beatrice Lo, analista della società di consulenza per studi legali Latham&Watkins. “La nuova normativa non spiega come acquirente e venditore devono negoziare e dare un prezzo alla ricerca. Di fatto le due parti si sono dovute organizzare da sole e sono arrivate al debutto di Mifid II senza avere indicazioni chiare”. Per mettere una toppa a questa situazione l’Esma a fine 2017 ha deciso di concedere dei periodi di prova: tre mesi al massimo, in un arco temporale di 12 mesi, in cui le società di gestione possono avere dai loro fornitori ricerche a titolo gratuito. “L’obiettivo del regolatore è capire esattamente quale impatto ha sul mercato l’unbundling”.
C’è poi la questione delle società di gestione più piccole e delle boutique. “Queste non sono in grado di assorbire i costi imposti da Mifid II, soprattutto quando si parla di ricerca tematica e top down”, spiega James Gard, analista di Morningstar. “Queste società si trovano in competizione diretta con le grandi case di investimento che possono coprire facilmente i costi della ricerca grazie alle revenue che realizzano in altre aree”.
E i clienti?
Dal punto di vista delle società di asset management, dove Mifid II sembra aver funzionato subito è nello sviluppare una sensibilità ai costi fra gli investitori. “Mifid II sta accelerando il cambiamento, dando fondamentalmente maggior risalto al business della gestione finanziaria”, spiega Stephen Cohen, resonsabile Emea di iShares. “Sta accelerando i modelli di consulenza patrimoniale a parcella, dove il consulente è remunerato dall’investitore e non dal prodotto”.
I risparmiatori, dal canto loro non sembrano aver stappato bottiglie di spumante per festeggiare l’arrivo di Mifid II. “Chiedere al cliente di riempire i moduli per arrivare alla profilazione del rischio è un’operazione delicata”, spiega Sabrina Malgarini, avvocato esperto di conteziosi presso lo studio legale La Scala di Milano. “Può servire per riagganciare vecchi clienti o per proporre nuove soluzioni di gestione disegnate più a misura del risparmiatore. Ma, inevitabilmente, porta l’investitore a domandarsi se fino ad ora gli sono state proposte soluzioni di investimento che facevano veramente per lui”. Un dubbio che trova conferma parlando con alcuni investitori privati che, tra l’altro, ritengono estenuante e time consuming tutto l’iter a cui vengono sottoposti dai propri consulenti e dalle proprie filiali per adeguarli ai parametri richiesti da Mifid II. Si sta preparando quindi la strada per dei contenziosi? “Fino ad ora non abbiamo registrato niente legato a Mifid II in questo senso”, dice Malgarini. “Va però detto che sei mesi sono pochi. Le cause con cui abbiamo a che fare ora sono ancora quelle legate alla normativa precedente”.

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