Risparmio gestito – Dove è la politica?

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di Redazione 15 Maggio 2009 | 08:04
In questi giorni di primavera nei quali le borse danno qualche segno di timida ripresa e le banche falliscono solo all’estero, molti cominciano a pensare che la crisi finanziaria sia solo un brutto momento che si avvia alla fine. Se sia vero o no, in questa sede, ha scarsa importanza perché qui si parla di responsabilità e questa è una materia che abbiamo il dovere di preservare dall’oblio se vogliamo evitare di ripetere ancora gli stessi errori.
Il settore finanziario è fortemente regolamentato e le regole le detta la politica: se le norme non hanno funzionato, se non sono stati previsti meccanismi di prevenzione, se non si è intervenuti in modo energico prima che fosse troppo tardi, allora è assai probabile che la politica non abbia fatto bene il suo mestiere. 
 
E’ una mia personale convinzione che lo stia svolgendo male anche oggi; mi limito a due esempi:
1. il sistema della distribuzione di strumenti e servizi finanziari ha una struttura minata da contraddizioni e conflitti di interessi sin dalla sua nascita ed è, da un lato funzionale principalmente agli interessi di breve periodo dei colossi bancario-assicurativi e dall’altro mancante di un’utenza critica poiché la clientela retail non ha né informativa né cultura finanziaria sufficiente a esercitare alcun tipo di vaglio sull’offerta. In questo quadro l’unica seria soluzione è sempre stata quella di creare un filtro indipendente tra offerta e domanda ovvero un ceto non di venditori ma di consulenti autonomi per indirizzare al mercato solo i prodotti validi e adeguati ai loro clienti. Espellere l’industria dalla distribuzione è da lustri l’unica scelta ragionevole. E lo stesso discorso vale per i prodotti di erogazione, i mutui, le polizze unit e index linked: una sola figura altamente professionalizzata, vigilata e responsabile nei confronti della clientela dovrebbe costituire l’obbligatorio veicolo per raggiungere il mercato. Ebbene, non solo nessuna riforma in questo senso è mai stata ipotizzata, ma anche l’occasione MiFID è stata sprecata: infatti l’implementazione della consulenza finanziaria come servizio di investimento attuata dal nostro legislatore non ha nulla di tutto questo.

E’ un vestitino nuovo (e anche piuttosto succinto) per la vendita dei prodotti e basta leggere le norme sull’Albo dei consulenti indipendenti per rendersi conto che è più facile che mille promotori passino per la cruna di un ago piuttosto che un consulente iscritto all’Albo riesca a lavorare. Si può obiettare che rendere la distribuzione finanziaria un’attività riservata a professionisti indipendenti significa introdurre un collo di bottiglia nella distribuzione, ma se l’investimento è attività pericolosa forse l’introduzione obbligatoria di una “ricetta” (ovvero di un consiglio indipendente) per assumere posizioni di investimento è un modo razionale per limitare gli abusi.

 

2. Il nostro ministro dell’economia era partito bene; il 9 ottobre scorso ha assunto una posizione di fermezza inaudita sull’emendamento inserito nel provvedimento Alitalia: «Se si immagina che la linea del governo sia quella prevista da un emendamento che prevede una riduzione della soglia penale per alcune attività di amministratori si sbaglia. Quello è un emendamento fuori dalla logica di questo governo. O va via quell’emendamento o va via ministro dell’economia».

Ad aprile 2009 di quella fermezza non è rimasto nulla: il Decreto Ministeriale 18 marzo 1998, n. 161 (in Gazz. Uff., 28 maggio, n. 122) recante norme per l’individuazione dei requisiti di onorabilità e professionalità degli esponenti aziendali delle banche e delle cause di sospensione, da più parti considerato un colabrodo, non è stato modificato. Così si consente a condannati per reati finanziari, che evidentemente non hanno standing etico sufficiente a farsi da parte spontaneamente, di governare primari gruppi bancari. Le norme in materia di falso in bilancio non sono state inasprite, nessun serio intervento è stato fatto su disciplina, compiti e poteri delle autorità di vigilanza, nemmeno una commissione di indagine. Si dirà che il governo ha dovuto gestire l’emergenza e non poteva disperdere energie per fare pulizia, ma credo che una delle emergenze del sistema sia l’impunità sostanziale dei responsabili che invita a replicare chi gli abusi li ha commessi e toglie fiducia a chi li ha subiti. Gli esempi potrebbero essere moltissimi e sarebbero trasversali al colore del governo; questo fa sorgere il sospetto che, in fondo, al paese vada bene così.  

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