Chi arriverà per primo a quota 1.000 miliardi di market cap?

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di Finanza Operativa 1 Agosto 2018 | 10:30

A cura di Alessandro Balsotti, strategist Jci Capital
Quella di ieri è stata una sessione in fotocopia rispetto a venerdì. Volumi bassi, come la stagionalità impone, ma molto chiari nell’indicare un passaggio a vuoto per il settore tecnologico. Per quanto negli ultimi anni la mentalità dell’acquistare il ‘dip’ si sia ben radicata, grazie proprio alla frequenza con cui una simile attitudine si sia poi rivelata corretta, la progressione con cui il Nasdaq Composite ha perso terreno nelle ultime sessioni avrà indubbiamente fatto sollevare qualche sopracciglio, specialmente perché la sotto-performance nei confronti dell’intera Wall Street è stata particolarmente evidente.
La memoria del ‘buy the dip’ (presto e ad ogni costo) rischia anche di mostrarsi pericolosamente indulgente nel momento in cui tende a dimenticare che anche in questa entusiasmante cavalcata tecnologica di sono state correzioni ben più importanti di quella attuale che finora ci ha portato solo al 4% dai massimi toccati meno di una settimana fa.
Le crepe nel ‘momentum trade’. Questo rimane il pericolo più grande e la dinamica più imprevedibile, che va oltre qualche trimestrale deludente (a fianco di altre davvero brillanti anche nel mondo della tecnologia) e i rischi di alcuni tra i modelli di business più innovativi degli ultimi anni (Facebook, Google) che sembrano affiorare con maggior frequenza da qualche mese a questa parte. Ovvero che sia proprio la concentrazione stessa dei titoli vittoriosi negli ultimi mesi e la sempre più ristretta leadership in un mercato a mostrarci, guardando sotto la superficie di indici indubbiamente rampanti, qualche fragilità in più.
La natura stessa del momentum trade è quella di guardare solo alla storia più o meno recente per premiare i titoli migliori (a livello di price-action). Il distacco dai fondamentali è quindi, da un certo punto di vista, garantito ma la durata di un simile squilibrio è totalmente imprevedibile, e comunque più lunga dell’attesa media di analisti e investitori. Ci limitiamo quindi a ricordare qualche dato senza necessariamente voler minacciare un ‘armageddon’ ribassista.

Il settore tecnologico da solo cuba circa 26% della capitalizzazione dell’intero indice S&P 500, il massimo dalla crisi del 2008 (ma ancora non ai livelli della bolla del 2000). Ben più elevata la quota dei guadagni dell’S&P 500 finora nel 2018 attribuibili a titoli tecnologici: 55% (eravamo arrivati 65% settimana scorsa!). Nel suo Daily di ieri Brent Donnelly ha messo l’accento sul fatto che nella classifica per dimensione (capitalizzazione di borsa) delle aziende americane ai primi 5 posti compaiono titoli tecnologici (vedi tabella).
Anche per curiosità storica riporto sotto quale è stata l’evoluzione più recente negli ultimi 20 anni. I paladini dei FAANGs (anzi dei MAGAs) potranno agevolmente sostenere che la concentrazione era già criticabile 2 anni fa (vedi il dato 2016) ma le performance stratosferiche non si sono fermate…

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