Tensioni commerciali: cosa si aspettano i mercati?

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di Finanza Operativa 10 Agosto 2018 | 12:30

A cura di Mark Haefele, Global Chief Investment Officer Ubs WM
Ultimamente abbiamo approfittato del rialzo dei mercati azionari a luglio per ridurre il nostro sovrappeso sull’azionario globale. Ci aspettiamo che, una volta pubblicati i risultati di tutte le aziende, la crescita degli utili del secondo trimestre si riveli brillante; ma, in base ai segnali più recenti, il conflitto commerciale sembra acuirsi, anziché attenuarsi. Di rado i fattori geopolitici influiscono sull’andamento dei mercati a medio termine, ma non possiamo fare a meno di notare che le tensioni commerciali si stanno aggravando proprio quando il PIL mondiale va incontro a un rallentamento. Per la seconda metà dell’anno, questi e altri fattori ci inducono a credere che il mercato non sconti ancora l’aumento di diversi rischi.
Escalation del conflitto commerciale. È facile convincersi che la nuova minaccia di una tariffa del 25% lanciata dall’amministrazione Trump sia solo una tattica negoziale; tuttavia, alla luce dei dazi già applicati e di quelli che stanno per entrare in vigore, è possibile che il conflitto commerciale prosegua anche dopo le elezioni di metà mandato.
Effetti secondari. I mercati non sembrano scontare la possibilità di effetti secondari più consistenti, come eventuali interruzioni delle catene logistiche internazionali, un calo delle assunzioni e degli investimenti, o un’ulteriore escalation delle attuali dispute.
Ritorsioni non tariffarie. La Cina potrebbe valutare forme alternative di rappresaglia contro gli Stati Uniti. Oltre a effettuare interventi palesi, come decidere di svalutare il cambio o di vendere Treasury statunitensi, le autorità cinesi potrebbero rallentare le consegne di alcuni componenti chiave alle aziende americane o assoggettare queste ultime a nuovi adempimenti burocratici.
Finora le misure tariffarie non hanno avuto ripercussioni degne di nota sul mercato statunitense, ma i mercati cinesi hanno reagito in modo meno pacato. L’indice MSCI China ha perso il 6% dall’inizio di luglio a causa di diversi fattori. Oltre alla disputa a colpi di dazi commerciali, l’economia cinese attraversa una fase di rallentamento. Tuttavia, in prospettiva diversi elementi giocano a favore della Cina.
La politica monetaria sostiene l’economia. L’incontro semestrale del Politburo della scorsa settimana ha confermato il passaggio a un orientamento più espansivo, incentrato su una modifica del ritmo e dell’entità del contenimento del debito, maggiori immissioni di liquidità e   un aumento della spesa per infrastrutture, accompagnato da politiche fiscali più proattive. È chiaro che il governo centrale vuole assicurare la stabilità della crescita. Il deleveraging proseguirà, ma a un ritmo più moderato, dettato dal clima di mercato.
Le valutazioni appaiono convenienti. Non si può escludere un’ulteriore escalation delle tensioni commerciali che danneggerebbe le azioni cinesi a breve termine, ma il ribasso del listino rende più convenienti le valutazioni. Il rapporto prezzo/utili prospettici a 12 mesi dell’indice MSCI China è sceso a 11x, un livello inferiore del 15-20% rispetto all’inizio dell’anno. Inoltre, la crescita dei profitti si mantiene solida e secondo le nostre stime dovrebbe attestarsi al 15% per l’intero esercizio. A livello regionale, il mercato dell’Asia (Giappone escluso) ci sembra aver ampiamente scontato le tariffe del 10% proposte in un primo momento, ma dovrebbe adeguarsi ulteriormente  al ribasso se queste venissero alzate al 25%.

Le tensioni commerciali sono in costante aumento e di recente abbiamo ridotto il sovrappeso sull’azionario globale. Nella nostra asset allocation tattica globale abbiamo quindi una posizione sostanzialmente neutrale sugli strumenti rischiosi globali, che è il risultato di un modesto sovrappeso sulle azioni globali e sul debito sovrano dei mercati emergenti a fronte di un sottopeso sulle obbligazioni high yield in euro. Nei nostri portafogli asiatici, sovrappesiamo le azioni cinesi offshore.

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