La crisi turca fa scoprire la debolezza degli emergenti

Di Mark Haefele, Global Chief Investment Officer di Ubs

I listini turchi hanno subito pesanti pressioni, che hanno avuto ricadute significative sulle piazze finanziarie globali, frenando il rally dell’azionario statunitense e contagiando altri mercati emergenti. Eppure, la Turchia rappresenta meno dell’1% dell’indice azionario MSCI EM e il 3,2% dell’indice del debito sovrano emergente EMBI Div. Perché dunque i problemi della Turchia hanno avuto un impatto così forte sui mercati internazionali?

Il ribasso del 34% della lira turca e del 23% dell’indice MSCI Turkey da inizio anno dovrebbero essere di natura locale. Il catalizzatore della recente volatilità è stata la controversia politica scoppiata con gli Stati Uniti a seguito dell’arresto di un pastore evangelico americano da parte delle autorità turche, ma la rapida escalation successiva è ascrivibile alle fragilità economiche di lungo periodo della Turchia. Il deficit delle partite correnti si è ampliato al 6,3% del PIL e il debito in valuta estera ha raggiunto livelli elevati, pari al 53% del PIL; inoltre, i vincoli politici impediscono alla banca centrale di alzare i tassi d’interesse per contrastare questa dinamica.

Ma le fragilità dei Paesi emergenti si acuiscono nelle fasi in cui la forza del dollaro mette sotto pressione l’intero complesso dei mercati emergenti, determinando un ampliamento dei deficit delle partite correnti e rendendo più costoso il servizio del debito in valuta estera. L’indice del dollaro è salito di quasi il 9% da inizio febbraio e i mercati emergenti erano già in difficoltà prima che i problemi della Turchia finissero sotto i riflettori. L’indice MSCI EM si trova ormai sull’orlo di una spirale ribassista, dato che è sceso di quasi il 20% dai massimi di fine gennaio. L’indice JP Morgan EM Currency ha ceduto l’11% da inizio anno e il debito sovrano emergente in valuta locale ha perso il 7%.

Ma il dollaro non è l’unica causa dei mali dei Paesi emergenti. Infatti, l’USD si era apprezzato anche nel 2016, senza per questo penalizzare le piazze emergenti. Allora, però, le condizioni di finanziamento globali erano molto più favorevoli. La Federal Reserve aveva già cominciato ad alzare i tassi, ma solo di 25 punti base dai minimi del dopo-crisi, e non aveva ancora dato inizio alla riduzione del suo bilancio. Nel complesso, le principali banche centrali globali stavano ancora iniettando liquidità nel sistema finanziario mediante i loro programmi di quantitative easing (QE). Adesso, invece, gli apporti di liquidità stanno per passare in territorio negativo su base netta per la prima volta dalla crisi finanziaria globale e il ciclo d’inasprimento monetario della Fed si trova già a buon punto.

Ci sono anche altri fattori che pesano sul clima di fiducia nei confronti degli strumenti più rischiosi dei mercati emergenti. La crescita sincronizzata prevista per il 2018 non si è ancora materializzata. L’economia statunitense registra attualmente un’espansione del 4,1%, ma la Cina mostra segnali di rallentamento, i Paesi emergenti hanno perso slancio e finora l’Europa ha segnato una ripresa anemica.

Le continue tensioni in ambito commerciale hanno accresciuto ulteriormente l’incertezza relativa alle prospettive di crescita. Negli ultimi anni diverse nazioni emergenti hanno compiuto importanti interventi volti a rafforzare le rispettive economie; il debito sovrano, ad esempio, si attesta a livelli relativamente contenuti, in media pari al 49% del PIL contro l’82% delle economie avanzate. Tuttavia, in un contesto di apprezzamento del dollaro, aumento dei tassi statunitensi e preoccupazione per il commercio globale e la crescita cinese, i mercati emergenti sono più vulnerabili e gli shock di portata ridotta possono avere ripercussioni considerevoli.

In un clima simile, i Paesi più colpiti sono quelli con un ingente deficit delle partite correnti e un elevato fabbisogno di finanziamenti in valuta estera, poiché gli investitori stanno alla larga dalle economie più fragili. Ad esempio, l’Argentina presenta un disavanzo delle partite correnti pari al 5,3% del PIL e da inizio anno il peso registra la peggiore performance tra le valute emergenti, con un ribasso del 37%. La scorsa settimana la banca centrale ha alzato i tassi d’interesse al 45% e ha incrementato i requisiti di riserva obbligatoria delle banche nell’intento di arginare le pressioni sul cambio. Il deficit del Sudafrica si attesta al 3,7% del PIL e anche il rand ha subito pressioni.

In questo contesto riteniamo importante diversificare e mantenere un approccio neutrale sul piano dei rischi, continuando però a sfruttare eventuali opportunità specifiche. Ad esempio, raccomandiamo di adottare un sovrappeso tattico sulle obbligazioni governative emergenti denominate in dollari, che finora hanno registrato un andamento migliore rispetto alle altre asset class emergenti, cedendo appena il 3,3% da inizio anno. Questo comparto altamente diversificato, composto da 67 emittenti sovrani, offre un buon rendimento del 6,5%, un livello tra i più alti degli ultimi dieci anni.

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