Politiche Usa poco lungimiranti

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 11 Settembre 2018 | 18:30

A cura di CA Indisuez
Il 2016 è stato segnato da due eventi epocali, il referendum nel Regno Unito con il quale è stata sancita l’uscita dalla UE e l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti, che da allora condizionano il contesto di mercato. Tali eventi rappresentano manifestazioni di tendenze decennali, come l’aumento della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi, ed è pertanto probabile che i loro effetti si ripercuotano ben oltre la scadenza di un singolo mandato. Adottando però un approccio maggiormente incentrato sul breve termine, cercheremo di comprendere in che modo il programma dell’amministrazione Trump potrebbe influire sull’economia statunitense.
È possibile individuare alcuni temi ricorrenti nella retorica adottata da tale amministrazione, temi oltretutto in linea con i proclami fatti in campagna elettorale: ostilità nei confronti degli “altri”, delle normative e delle imposte. Se dovessimo associare questo atteggiamento ostile ad una specifica visione dell’economia globale, la nostra scelta cadrebbe sul concetto di “gioco a somma zero”, ossia il guadagno di una persona corrisponde alla perdita di un’altra.
A prescindere dalle opinioni politiche personali, non si può ridurre l’economia a questi termini. L’apertura nei confronti degli altri è un aspetto essenziale di una politica volta alla crescita; non lo è al contrario l’abolizione di normative efficaci e le imposte sono uno strumento necessario. Di conseguenza, negli Stati Uniti vengono ora introdotte molteplici misure dannose per l’economia, ma positive per il mercato azionario.
Per quanto concerne il tema dell’apertura, l’atteggiamento sprezzante dell’amministrazione nei confronti delle alleanze esistenti sta minando la scena geopolitica globale. Se nessuno può contare sugli Stati Uniti per la sua sicurezza, emergeranno nuove alleanze e, per quanto il recente dominio statunitense nel mondo possa risultare irritante, non è detto che un sistema multipolare sia in grado di garantire maggiore stabilità. Il rischio e l’incertezza sul fronte geopolitico sembrano destinati ad intensificarsi. Il commercio internazionale fa chiaramente parte di questo mosaico.
Il protezionismo è oggi la maggiore minaccia alla sopravvivenza dell’economia mondiale. Introduce un elemento di dubbio nel nostro scenario globale, che prevede una crescita stabile per il 2018 e un suo rallentamento negli anni a venire. In presenza di una sua escalation, potrebbero aprirsi le porte di una recessione. Anche se questo non è il nostro scenario di base, è necessario constatare che il mondo assomiglia molto a quello degli anni Venti, e i rischi che si ripetano i principali eventi di tale periodo, depressione, protezionismo e guerra, sono stati raramente più elevati di quanto lo siano oggi.
Il successo delle normative dipende dalle competenze del regolatore. Un eccesso di normative, per quanto buone, può soffocare un’attività al pari di una carenza delle stesse. L’amministrazione Trump si sta concentrando sullo smantellamento delle misure introdotte durante l’era Obama, in particolare la riforma sanitaria, la salvaguardia del clima e la tutela finanziaria dei consumatori. Per quanto quest’opera di deregulation possa favorire le società interessate nel breve termine, è probabile che nel lungo periodo recherà danno all’economia.
Le riforme fiscali sono spesso ben accette e si rivelano più efficaci quando mirano a rimuovere i colli di bottiglia e garantire condizioni eque. Al contrario, la riforma fiscale voluta dall’amministrazione Trump favorisce principalmente le famiglie e le società con redditi elevati, i cui consumi o investimenti non sono certo limitati da una scarsità di fondi disponibili. Infatti, la recente ripresa degli investimenti statunitensi ha avuto inizio nel 2016, prima delle elezioni. È probabile che l’impatto negativo sui consumi delle famiglie, causato dall’aumento dell’inflazione e dalla conseguente minore crescita dei salari reali, risulti maggiore degli effetti positivi generati dalla riforma fiscale.
Inoltre, l’utilizzo della leva, ossia prendere in prestito denaro, per finanziare sgravi fiscali senza un impatto certo sulla crescita del PIL rasenta l’incoscienza, in particolare con un ciclo economico in fase di picco. Possiamo in breve concludere che, allo stato attuale, gli Stati Uniti sono segnati da politiche poco lungimiranti, misure economiche fuori da ogni logica e società favolose. L’indicatore guida mantiene un giudizio cauto sul mix di questi ingredienti.

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